L’accordo europeo sulla Pac aggraverà la crisi climatica

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L’accordo sulla PAC è una resa incondizionata delle istituzioni europee alla volontà dei governi. Un terzo del bilancio europeo rischia così di non poter essere utilizzato per affrontare la crisi climatica, di cui l’agricoltura ha grandi responsabilità e ne è vittima

di Fabio Ciconte e Francesco Panié per Domani

Un compromesso al ribasso. Ancora una volta, è questo l’epilogo della lunga trattativa fra Parlamento Europeo, Commissione europea e Stati membri (il Consiglio UE) per la riforma della Politica agricola comune. L’accordo, raggiunto intorno all’una di notte e trapelato durante la mattinata di ieri, è una resa incondizionata delle istituzioni europee alla volontà dei governi, come accade nella maggioranza dei vertici a tre sulle politiche comunitarie.

Agli eurodeputati coinvolti nel negoziato, che un mese fa avevano fatto saltare il banco proprio per la carenza di ambizione climatica, questa volta sono bastate meno di ventiquattr’ore per accettare tutte le richieste del Consiglio. Difficile fugare la suggestione che sia stato tutto un gioco delle parti. 

Anche la Commissione europea dovrà trovare buoni argomenti per difendersi. Nonostante le promesse fatte al movimento Fridays For Future e le dichiarazioni pubbliche dei suoi esponenti chiave, l’esecutivo ha rimediato una sonora battuta d’arresto. Il vicepresidente Frans Timmermans e il commissario all’agricoltura Janusz Wojciechowski non sono riusciti, infatti, a sostenere il punto più importante della riforma: l’allineamento della PAC con gli impegni su clima, ambiente e biodiversità. Il Green Deal europeo, con i suoi obiettivi e le sue strategie (la Farm to Fork e la Biodiversità 2030) sarà soltanto citata nel documento finale, ma non costituirà un riferimento su cui Bruxelles potrà basare la sua approvazione o bocciatura dei piani di spesa degli Stati membri. Al contrario l’articolo 106, voluto e difeso dai governi, lo esclude esplicitamente, svincolando in un colpo solo un terzo del bilancio europeo dalle urgenze della crisi climatica. Il tutto a ridosso del rapporto incendiario della Corte dei Conti europea, che lunedì aveva definito i 100 miliardi destinati al clima nella PAC 2014-2020 “senza alcun impatto visibile”.

I numeri del greenwashing

Così, dei 370 miliardi di aiuti che la PAC distribuirà agli agricoltori tra il 2021 e il 2027, solo una minima parte sarà indirizzata alla conservazione della natura, alla tutela dei suoli e alla riduzione delle emissioni climalteranti. Sarebbe compito degli eco-schemi legare una quota dei pagamenti per il sostegno al reddito degli agricoltori (il cosiddetto primo pilastro) a misure climate-friendly, ma il testo di compromesso parla chiaro: appena il 20% di questi fondi saranno destinati a pratiche ecologiche fino al 2025, per poi salire al 25%. La richiesta della società civile era di utilizzarne il 50%, il Parlamento europeo aveva proposto il 30%. Vincono quindi gli Stati che si riservano ulteriori sconti sulla spesa per eco-schemi grazie alle cosiddette “flessibilità”: basterà utilizzare per misure ambientali il 30% dei fondi destinati allo sviluppo rurale – il secondo pilastro della PAC – per ridurre la quota di eco-schemi anche della metà. Visto che oggi, in media, oltre il 40% del secondo pilastro è già impiegato dagli Stati membri per misure definite “ambientali”, agli eco-schemi possiamo già idealmente applicare un altro taglio orizzontale. Senza contare che nell’elenco di queste misure per il clima proposto da Bruxelles rientrano l’agricoltura di precisione e il benessere animale, che non hanno un impatto diretto sulle emissioni.

Pesantemente annacquati anche i meccanismi per garantire il ripristino dei suoli e la tutela della biodiversità, così come per la dimensione di equità nella distribuzione dei fondi: non ci sarà infatti un tetto massimo agli aiuti, proposto per evitare che le aziende più grandi percepiscano troppi sussidi. Il Consiglio ha ottenuto una più banale redistribuzione di appena il 10% dei fondi verso le aziende più piccole. Non cambierà dunque neppure questa volta la dinamica perversa che ha visto, negli ultimi dieci anni, l’80% dei fondi finire in tasca al 20% delle aziende. 

L’unica piccola conquista, tutta da consolidare, è l’approvazione di una condizionalità sociale nella PAC. La distribuzione dei fondi, d’ora in poi, dovrebbe essere subordinata al rispetto dei diritti del lavoro. La clausola, fortemente voluta da sindacati e associazioni, verrà introdotta dal 2022 e sarà volontaria per i primi due anni. Diventerà obbligatoria solo per il triennio 2025-2027. Ogni due anni, la commissione UE dovrà produrre una valutazione sul funzionamento della misura. La prima dovrebbe quindi uscire nel 2026, a ridosso della prossima riforma della PAC: i sindacati dell’EFFAT sperano che basti come base di dati per rafforzare la clausola e spostarne la governance dal singolo Stato al livello comunitario. 

Non votate questa PAC

Nonostante tutto questo, secondo Norbert Lins, eurodeputato dei Popolari incaricato del negoziato, l’accordo rappresenta un successo. Lins ha sottolineato come siano serviti una lunga serie di triloghi e oltre cento incontri tecnici, per raggiungere “la più ambiziosa riforma dal 1992”, anno in cui l’intera architettura e lo scopo della PAC sono radicalmente cambiati, trasformandola da politica di sostegno ai prezzi a meccanismo di sostegno al reddito. L’europarlamentare tedesco, che presiede anche la Commissione agricoltura, ha dipinto una PAC “che garantisce allineamento con il Green Deal, ha una dimensione sociale e sostiene la sicurezza alimentare e la tutela ambientale”.

Per le associazioni e i movimenti ambientalisti, tra cui l’associazione Terra!, si tratta invece di “greenwashing” e di un “arretramento” rispetto alle promesse. Tra l’estate e i primi mesi autunnali la battaglia arriverà al suo ultimo stadio: prima che la palla passi a livello di Stato membro per l’implementazione e la redazione dei piani strategici che definiranno le modalità di spesa dei fondi, dovrà esserci la ratifica del Parlamento europeo. I Verdi hanno già lanciato una campagna per chiedere a tutti i loro colleghi di votare contro il testo finale, una richiesta avanzata già dalla società civile qualora i negoziati fossero andati per il peggio. Cosa che, puntualmente, è accaduta.

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