Pubblicato da Redazione
il 10/07/2026
A due anni dalla morte del bracciante Satnam Singh, avvenuta a Borgo Santa Maria (Latina) a seguito di un infortunio sul lavoro, è arrivata la prima condanna: 16 anni al datore di lavoro, Antonello Lovato, per omicidio colposo. La vicenda si Singh conferma che è necessario e possibile combattere il caporalato contrastando lo squilibrio della filiera agricola in tutte le sue forme, dal lavoro nero nei campi alle aste al ribasso che soffocano i produttori.
Il Tribunale di Latina ha condannato in primo grado a 16 anni di carcere Antonello Lovato, titolare dell'azienda agricola in cui lavorava Satnam Singh, il bracciante morto due anni fa a Borgo Santa Maria, a seguito di un incidente sul lavoro. Una sentenza che rende giustizia alla vita del lavoratore indiano, deceduto dopo aver perso un braccio maneggiando un macchinario avvolgi plastica, e a sua moglie Soni. La sentenza è frutto della legge 199 del 2016, conosciuta come legge anti caporalato, che Terra! ha contribuito a fare approvare, e che permette di punire sia il caporale sia il datore di lavoro che sfrutta i lavoratori, approfittando del loro stato di bisogno. Ma non bisogna dimenticare che quanto è successo a Satnam Singh è frutto anche di una ingiusta redistribuzione del valore lungo la filiera del cibo e di meccanismi di compressione dei prezzi, che sono a svantaggio della parte agricola e di chi lavora nei campi.
Per capire ancora meglio il peso di questa sentenza, bisogna tornare a due anni fa. Satnam Singh è un nome che è diventato un simbolo di ingiustizia e prevaricazione sul lavoro. La sua storia ha costretto una volta di più l’Italia a comprendere cosa fosse il caporalato e quale fosse l'altra faccia dell'agricoltura made in Italy. Purtroppo, le morti in agricoltura non sono un’eccezione ma un fatto ciclico. E accadono più frequentemente in estate, quando i ritmi del lavoro nei campi si fanno forsennati e quando le alte temperature acuiscono le già gravose condizioni della raccolta di frutti e ortaggi.
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Ma la morte di questo lavoratore di nazionalità indiana di 31 anni, avvenuta nell'azienda agricola Lovato, nel comune di Cisterna di Latina, a una manciata di chilometri da Roma, è rimasta particolarmente impressa nell’opinione pubblica, perché unisce sopraffazione, ingiustizia e fallimento dei servizi pubblici, e lo fa in una maniera inedita. Satnam Singh è morto dissanguato, dopo che un macchinario avvolgi plastica ha tranciato il suo braccio. Il suo datore di lavoro non lo ha soccorso. Lo ha caricato in macchina insieme a sua moglie Soni, che lavorava nella stessa azienda, e ha scaricato entrambi davanti alla loro casa, come dei sacchi di immondizia, con il braccio divelto deposto in una cassetta di ortaggi. Dopo 36 ore di agonia, Satnam è morto all'ospedale San Camillo di Roma. A poche ore dalla notizia della morte, come Terra! abbiamo scelto di portare i nostri corpi in piazza della Libertà a Latina, il simbolo delle proteste della comunità Sikh che lavora in agricoltura nell'Agro pontino. In questa stessa piazza, nel 2016, c'era stato il primo sciopero dei lavoratori indiani impiegati nel comparto, la prima volta che da quelle parti i lavoratori agricoli stranieri alzavano la testa di fronte a datori di lavoro senza scrupoli.
Di caporalato e sfruttamento l'agricoltura italiana è piena. Lo raccontiamo da sempre, attraversando il paese in lungo e in largo. Ne è pieno il Sud, ne è piena l'Europa, ne sono piene le ricche filiere del Nord, come abbiamo denunciato nel report "Gli ingredienti del caporalato". Il caporalato, quindi, non solo esiste ancora ma sta trovando gli anticorpi per resistere ai pochi strumenti messi in campo per debellarlo. Ci sono ancora molti nodi da sciogliere, eppure si decide di non affrontarli. E proprio per questo, continuano a esserci vittime.
Il Decreto Flussi, lo strumento con cui vengono reclutati i lavoratori stranieri in Italia anche in agricoltura, è fortemente inadeguato. Lo dicono gli stessi datori di lavoro. Secondo i dati della Flai CGIL, nella sola provincia di Latina, solo il 7% degli stranieri chiamati dalle aziende agricole ha infatti un permesso di soggiorno.
C'è poi il tema dell'alloggio. Da anni chiediamo lo smantellamento dei ghetti, gli insediamenti informali che puntellano prevalentemente le campagne del Sud, in cui i lavoratori agricoli (ma non solo) arrivano a migliaia, specialmente durante le stagioni di raccolta. Il Pnrr aveva messo a disposizione 200 milioni di euro per smantellare questi luoghi infernali e sostituirli con alloggi dignitosi. Ma oggi il tempo è scaduto e su quei soldi il governo tace, senza dare una risposta a quei comuni del Sud che aspettavano di sanare questa grande ferita.
C'è la legge Bossi–Fini, che ha legato l'ingresso regolare in Italia di un cittadino straniero, quindi il permesso di soggiorno, solo a un contratto di lavoro.
C'è soprattutto il tema della filiera, che da anni portiamo al centro del dibattito: garantire ai lavoratori e ai produttori il giusto reddito, assicurando una giusta redistribuzione del valore lungo la filiera, può sicuramente prevenire fenomeni di sfruttamento.
Sono anni che chiediamo di rivedere queste assurde leggi securitarie e il comparto nel suo complesso. Ma solo in pochi casi abbiamo trovato l'ascolto della politica. In Lombardia, proprio dopo la morte di Satnam, un primo passo importante ha scosso le coscienze, portando a dotare la prima regione italiana per valore dell'agroalimentare di una normativa più adeguata all'importanza della questione. E se ciò è accaduto, è anche merito di questa orribile tragedia.
Non possiamo più vivere nel paese del "non disturbiamo chi produce". Vogliamo un paese che invece pensi al "non sfruttiamo chi lavora".
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Ecco perché la sentenza nei confronti di Antonello Lovato, titolare dell'azienda in cui lavorava Satnam Singh, va letta anche alla luce di una importante inchiesta curata da Fabio Ciconte, presidente di Terra! e scrittore, e Stefano Liberti, giornalista e scrittore, pubblicata su Internazionale, "La svendita forzata dei pomodori italiani".
I due autori tornano a parlare dopo qualche anno della pressione sui fornitori da parte delle catene della grande distribuzione, italiane e straniere, per acquistare cibo a prezzi estremamente bassi. Uno degli strumenti con cui si esercita questa pressione è quello delle aste al ribasso, diventate illegali nel 2021 con il DL n°198, che ha recepito la Direttiva europea sulle pratiche commerciali sleali (n°633/2019).
Terra! denuncia questo meccanismo dal 2016. Con la campagna #ASTEnetevi, insieme a Flai CGIL, il tema delle aste al doppio ribasso è arrivato al centro del dibattito pubblico. Grazie a questa campagna, le aste sono poi state vietate con una legge nel 2021.
Al centro dell'inchiesta di Ciconte e Liberti, c'è una gara online indetta da Constellation, una centrale di acquisto europea che ha trattato per conto di alcuni operatori della distribuzione alimentare per l'acquisto di circa 15.000 tonnellate di derivati del pomodoro: un sistema telematico velocissimo, in cui il prezzo basso diventa l'unico criterio di scelta, mentre il valore del cibo viene completamente schiacciato.
“Dietro quel prezzo compresso da un meccanismo che premia l'offerta più bassa, c'è il lavoro degli agricoltori, ci sono i costi di produzione, la qualità delle materie prime e la sostenibilità della filiera – dichiara Fabio Ciconte – C'è anche il lavoro di quei lavoratori come Satnam Singh, che spinti dal forte stato di bisogno, faticano duramente sfruttati e senza tutele. Occorre continuare a denunciare meccanismi distorsivi come le aste, affinché il prezzo del cibo non venga scaricato su chi produce e su chi lavora".
L'inchiesta rivela inoltre altri strumenti di acquisto da parte dei colossi del cibo, che seguono la stessa logica della compressione dei prezzi. Negli stessi giorni in cui la centrale d'acquisto europea organizzava la propria gara, anche Eurospin, il principale gruppo di discount italiano, avviava la campagna di approvvigionamento dei derivati del pomodoro destinati ai suoi punti vendita. Una campagna formalmente legale, lontana dalle aste, ma che in qualche modo segue una logica simile. Una corsa al profitto, a scapito di diritti, lavoro, redditi agricoli e qualità del cibo. Un meccanismo che rischia di trasformare sempre di più il cibo in merce.
Fermiamo insieme le aste e rendiamo più giuste le filiere alimentari