Pubblicato da Redazione
il 18/02/2026
La nuova proposta di Politica Agricola Comune (PAC) presentata nel 2025 dalla Commissione Europea per il periodo 2028-2034 riceve un durissimo giudizio anche dalla Corte dei Conti Europea. L'Opinion 05/2026 smaschera un'architettura legale confusa e una governance debole che oltretutto rischiano di fallire gli obiettivi ambientali del Green Deal.
La proposta suddivide le regole PAC, la politica dell'Ue che sostiene finanziariamente agricoltori e zone rurali, in tre regolamenti separati (PAC strategico, fondo rurale, organizzazione dei mercati), creando un labirinto normativo da 1.000 pagine di atti attuativi. La flessibilità concessa agli Stati membri, utilizzando definizioni ambigue come quella di "agricoltore attivo" o di "piccolo agricoltore", apre la porta a disparità di concorrenza e ritardi nei pagamenti, come già visto nel ciclo 2023.
Anche l'allocazione del budget rimane opaca. I fondi, infatti, saranno noti solo dopo l'approvazione dei Piani Strategici Nazionali (PNRP). Questo complicherà ulteriormente la possibilità di fare confronti e i processi di accountability.
Infine sparisce la distinzione tra:
I cofinanziamenti differenziati per regione, però, alimentano le incertezze.
Critiche si appuntano anche sulla governance, che appare molto debole. La Commissione emette "raccomandazioni" non vincolanti ai Piani nazionali, senza dati solidi per fissare target precisi su clima e biodiversità. Il risultato è un grave rischio di incoerenze macroscopiche tra Stati membri, con un indebolimento del valore aggiunto europeo e del mercato unico agricolo.
Ma c’è di peggio. La proposta non distingue tra output (es. "1000 ettari arati") e risultati reali (es. "riduzione nitrati del 20%"), né garantisce un audit trail, cioè un’efficace percorso di controllo che segue i fondi UE fino al singolo agricoltore e alla specifica pratica finanziata. Senza questa tracciabilità, la Corte dei Conti non può verificare se i soldi sono arrivati al beneficiario giusto, se sono stati spesi correttamente e se hanno prodotto impatti ambientali concreti. E questo non può che tradursi in irregolarità non scoperte e sprechi cronici.
Anche i timidi obiettivi ambientali posti dalla nuova PAC sono a rischio. La proposta impone che parte del budget sia dedicata a misure climatiche e ambientali, ma, anche in questo caso, l’utilizzo di definizioni vaghe ("pratiche volontarie oltre la baseline") favorisce il greenwashing. Gli Stati possono diluire le misure senza arrivare ad avere impatti misurabili su suoli, acqua e biodiversità, contraddicendo così la strategia Farm to Fork (che, ad esempio, ha come obiettivi: -50% pesticidi, +25% suolo organico).
Inoltre, la baseline ambientale non è armonizzata a livello UE. Da una parte, la discrezionalità eccessiva sulle "condizionalità rafforzate" rischia di ignorare nitrati, pesticidi ed emissioni climalteranti. Dall’altra, senza l’obbligatorietà dei dati geospaziali Copernicus, i target legati al clima (40% contributo PAC) diventano solo indicativi e non vincolanti.
Le conclusioni della Corte sono nette: la governance frammentata mina la transizione ecologica, perché finisce per privilegiare la flessibilità nazionale a discapito dei risultati collettivi. Ne conseguono raccomandazioni altrettanto chiare, basate su tre richieste imprescindibili: un Regolamento unico PAC, baseline UE condivise e target ambientali misurabili.
Per l'Italia – già sotto procedura d'infrazione per la questione nitrati – queste criticità amplificano i rischi. Senza leve centrali, la PAC post-2027 potrebbe perpetuare inquinamento zootecnico e dipendenza da import chimici, invece di premiare agroecologia e piccole aziende.