Pubblicato da Redazione
il 05/02/2026
La Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare invita a riflettere sul valore del cibo e sulle sue perdite lungo la filiera. Accanto ai comportamenti individuali, lo spreco nasce anche da meccanismi strutturali legati a produzione e mercato. Il caso del ciclone Harry e il suo impatto sugli agrumi in Sicilia mostra come crisi climatica, standard estetici e prezzi imposti possano trasformare frutta commestibile in scarto, generando spreco già nei campi. Ridurre le perdite significa intervenire sulle regole della filiera e sul riconoscimento del lavoro agricolo.
Il 5 febbraio ricorre la Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare. Un momento importante per riportare al centro dell’attenzione pubblica un tema che riguarda tutti e tutte: il valore del cibo e le conseguenze ambientali, sociali ed economiche del suo spreco. Un tema su cui, in Terra!, lavoriamo ogni giorno, cercando allargare lo sguardo. Infatti, accanto alla promozione di comportamenti individuali virtuosi, che restano fondamentali, sentiamo il bisogno di raccontare lo spreco alimentare come un fenomeno profondamente legato al funzionamento della filiera agroalimentare. Il cibo che viene buttato è spesso il risultato di meccanismi produttivi e distributivi inefficienti e iniqui, che scaricano costi ambientali e sociali su persone, animali e territori. Da questa prospettiva, quindi, parlare di prevenzione dello spreco significa agire su più livelli: la crisi climatica, lo sfruttamento del lavoro agricolo, la pressione sui territori, i modelli estrattivi di produzione e consumo che governano il nostro sistema alimentare. È in questa lettura sistemica che crediamo sia corretto collocare il tema dello spreco, trasformandolo da problema individuale a questione collettiva e politica.
La Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare nasce per tenere alta l’attenzione su un paradosso ancora attuale: in un Paese dove la povertà alimentare è una realtà molto più diffusa di quanto si pensi e l’accesso al cibo non è garantito a tutte e tutti, una quota importante di alimenti viene persa o sprecata lungo la filiera, dal campo (o dagli allevamenti) alla tavola.
Se vuoi, qui trovi il nostro report sulla povertà alimentare
Negli anni, questa ricorrenza ha contribuito a far crescere la consapevolezza pubblica sul tema, portando lo spreco alimentare fuori dalla dimensione privata e dentro il dibattito collettivo. Ha dato spazio a dati, ricerche, campagne di sensibilizzazione, buone pratiche diffuse nei territori e nelle comunità. Un lavoro necessario, che ha aiutato a rendere visibile ciò che per molto tempo è stato considerato inevitabile, normale. Per noi di Terra!, il valore di questa giornata sta nella possibilità di avere un momento condiviso per collegare i numeri dello spreco alle loro cause strutturali. Nella consapevolezza che lo spreco non è un “accidente” del sistema, ma uno dei suoi effetti più evidenti. Interrogarlo significa aprire una riflessione più ampia su come funziona oggi la filiera agroalimentare, su chi ne trae beneficio e su chi ne paga i costi. È a partire da questa consapevolezza che la prevenzione dello spreco può diventare leva di cambiamento. Non solo un invito a “non buttare il cibo”, ma un’occasione per ripensare il valore del cibo, il lavoro che lo rende possibile e i territori da cui proviene.
Il settore agrumicolo è uno degli esempi più chiari di come lo spreco alimentare non sia solo una questione di cattive abitudini, ma il risultato diretto di un sistema che rende sempre meno conveniente produrre cibo. Negli ultimi anni, crisi climatica e squilibri di mercato stanno mettendo in ginocchio intere aree agricole, trasformando una parte crescente del raccolto in perdita economica e alimentare. Secondo i più recenti dati Ismea, produrre un chilo di arance costa in media circa 26 centesimi, considerando le spese minime di coltivazione e raccolta. Per lo stesso chilo di agrumi, ai produttori vengono riconosciuti dalla grande distribuzione mediamente tra i 40 e i 60 centesimi, quando va bene. Valori del genere non sempre garantiscono redditività, soprattutto in stagioni segnate dall’aumento dei costi energetici, per l’irrigazione, dei fertilizzanti e dai danni causati da eventi climatici estremi, come quelli registrati nei giorni scorsi. Il ciclone Harry, infatti, in alcune zone del catanese, ha fatto raggiungere percentuali altissime di raccolto perso, fino al 60%, perché distrutto o declassato. Una spirale che genera meno valore per chi produce, più pressione sui prezzi, più cibo lasciato nei campi o destinato allo scarto. Eppure, quel valore non scompare per tutti. Lungo la filiera, tra campi e supermercati, il prezzo finale delle arance per i cittadini può moltiplicarsi anche di dieci volte rispetto al costo di produzione. Il risultato è una filiera sbilanciata, in cui chi coltiva resta spesso l’anello più fragile.
Quello del declassamento dei prodotti ortofrutticoli “fuori calibro” è un tema che merita particolare attenzione, proprio in ottica anti-spreco. Infatti, se frutta e verdura non rispondono agli standard estetici imposti dal mercato non arrivano sugli scaffali della GDO e spesso finiscono al macero oppure vengono commercializzati a prezzi irrisori, che non coprono nemmeno i costi di raccolta. Eppure, si tratta di frutti perfettamente commestibili, solo più piccoli, con una forma irregolare o con una buccia segnata. È anche in questi passaggi che lo spreco prende forma, molto prima che il cibo arrivi nelle case dei consumatori. Ed è una pratica che abbiamo scelto di denunciare con la nostra Campagna “Oltre la buccia”, che ti invitiamo a leggere e sottoscrivere, se non lo hai già fatto.
Per noi, infatti, ridurre le perdite e lo spreco alimentare significa proprio andare “oltre la buccia”. Vuol dire intervenire sulle regole del mercato, rimettere in discussione gli standard estetici, creare spazio per i prodotti di seconda categoria e riconoscere un prezzo giusto che tenga insieme dignità del lavoro agricolo, sostenibilità ambientale e accessibilità per chi consuma.
Foto di copertina di Nino Azzaro