Pubblicato da Redazione
il 19/10/2026
Dalla Calabria a Roma, i trattori e i tir tornano a bloccare strade e prefetture. A far scattare la protesta è l'esplosione dei costi del gasolio. Ma nei presidi la rabbia va ben oltre il prezzo del carburante: sotto accusa c'è uno squilibrio di filiera che azzera i guadagni dei produttori a favore della grande distribuzione. Le richieste delle piazze e la piattaforma politica lanciata da TerraComune per restituire dignità al lavoro agricolo.
Lungo le autostrade, interminabili file di tir che procedono a passo d’uomo. Nei supermercati, gli scaffali dei reparti di ortofrutta che si svuotano. In queste due immagini c’è probabilmente la sintesi visiva più efficace della protesta degli agricoltori e degli operatori della filiera agroalimentare, in agitazione ormai da molte settimane. Una protesta montata giorno dopo giorno, a partire dalle regioni del sud Italia, Calabria, Puglia e Sicilia in testa, ma che ora sta contagiando anche il centro e il nord. “I conti non tornano”: è questo lo slogan che riassume le ragioni di una mobilitazione che la Confederazione Italiana Agricoltori (CIA) punta a far diventare una questione nazionale. Sul banco degli imputati, ancora una volta, c’è il sistema della filiera agroalimentare e la sua incapacità di garantire il giusto prezzo al cibo, sia per i cittadini che lo acquistano, sia per i produttori che lo coltivano. Un sistema che mostra tutti i suoi limiti soprattutto quando sottoposto a stress esterni, come la recente impennata del gasolio o gli effetti sull’agricoltura dei cambiamenti climatici.
Vediamo allora più da vicino questi conti che non tornano. Dopo l'inizio della guerra in Iran il gasolio agricolo è salito da 0,85 a 1,62 euro al litro. La media di settembre 2026 è la più alta mai registrata e supera anche il picco del 2022. A questo si aggiungono gli aumenti di fertilizzanti, concimi azotati, energia, materiali e logistica. Purtroppo, però, mentre i costi salgono, i ricavi scendono. Esemplare il caso del mercato dell’olio extravergine di oliva. Gli olivicoltori, infatti, si trovano stretti in una morsa: da una parte hanno i magazzini pieni di olio dell’annata 2025 che non riescono a vendere, dall'altra i prezzi di mercato sono crollati, rendendo impossibile coprire i costi di produzione. Nel grano e nell'ortofrutta succede lo stesso: produrre costa sempre di più e il prezzo pagato all'origine non basta a coprire le spese. La protesta, però, va oltre l'agricoltura. Nei presidi, infatti, ci sono anche pescatori, autotrasportatori e in alcuni casi commercianti. Tutti denunciano la stessa cosa: i costi di produzione e trasporto crescono più in fretta di quello che viene riconosciuto a chi produce o movimenta le merci.
Ecco quanto pesa il carrello della spesa
Alla luce di questa situazione, pur con sfumature differenti tra le associazioni datoriali, le rivendicazioni del mondo agricolo divergono su pochi punti e convergono su priorità chiare:
Di fronte alla pressione, alcune istituzioni locali sono intervenute. Come la Regione Puglia, che ha stanziato un pacchetto da 30 milioni di euro (di cui 10 vincolati al caro-gasolio), mentre la Calabria ha dato il via libera a uno sconto retroattivo sui carburanti per il periodo marzo-settembre.
Non c’è dubbio: sussidi ed esenzioni sono fondamentali per tamponare l’emergenza. Non servono, però, nel lungo periodo, perché non incidono sulla vera radice della crisi, cioè come si determina il prezzo del cibo. Anche riportando il carburante a livelli accettabili, infatti, il problema di fondo rimane inalterato: il prezzo di vendita di un chilo di ortaggi o di un litro d'olio non viene fissato da chi fatica nei campi, ma dagli attori a monte della distribuzione.
Una fragilità che è stata uno degli argomenti di discussione affrontati dall'assemblea nazionale di TerraComune, tenutasi il 18 ottobre al Centro Congressi Frentani di Roma. Durante l’appuntamento è stata presentata la piattaforma «Un cibo che nutre. Un'agricoltura che cura», con 90 proposte e 8 azioni prioritarie. A discuterne, oltre alle numerose realtà agricolo e sociali che compongono la rete, c’erano anche Luciana Castellina e i leader dei principali partiti di opposizione: Elly Schlein (PD), Giuseppe Conte (M5S), Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli (AVS). E molte delle proposte contenute nel documento rispondono direttamente alle richieste dei presidi.
Quella del giusto prezzo è una stortura che Terra! denuncia da anni. La filiera agroalimentare soffre di uno squilibrio di potere d'acquisto strutturale sbilanciato a favore della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), in grado di imporre i listini e scaricare i costi d'impresa sull'anello più debole della catena. Le aste al doppio ribasso (vietate anche grazie a una nostra battaglia) rappresentavano la forma più aggressiva di questa prassi, ma non l’unica. In primavera, per citare un caso emblematico, la catena Eurospin ha preteso dai fornitori un contributo straordinario del 3% per ammortizzare i costi di trasporto legati alla congiuntura internazionale. E le stesse aste al ribasso sembrano aver fatto nuovamente capolino sotto mentite spoglie, come ha rivelato un’inchiesta di Fabio Ciconte e Stefano Liberti, pubblicata su Internazionale solo pochi mesi fa.
Firma la petizione contro le aste al ribasso
Il risultato? I dati scattano la fotografia impietosa di un paradosso insostenibile. Tra il 2021 e il 2026 la spesa alimentare delle famiglie è aumentata di quasi il 30%. Eppure, nel decennio precedente (2010-2020), l'Italia ha perso quasi mezzo milione di aziende agricole (circa una su tre). I giovani agricoltori sono mosche bianche: gli under 44 rappresentano appena il 13% dei titolari (in calo dal 17,6%), mentre gli under 30 si fermano a un drammatico 2,2%. Le superfici agricole si concentrano in poche grandi proprietà (la media è salita da 7,9 a 11,1 ettari), dimostrando che mentre i consumatori spendono di più e i produttori guadagnano di meno, la ricchezza viene drenata altrove. Tutto dimostra quindi la fragilità di un modello agricolo eccessivamente dipendente dai mercati globali delle materie prime.
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