Pubblicato da Redazione
il 12/01/2026
COMUNICATO STAMPA
Nella Bassa non si respira da inizio anno: inquinamento da polveri sottili a livelli micidiali, anche in località rurali
I dati delle stazioni di misura dell'inquinamento di ARPA Lombardia sono impietosi: anche quando gran parte della Lombardia torna a respirare, la "Bassa" - la zona della Pianura padana racchiusa tra la provincia di Pavia e le valli di Comacchio e al sud, tra l'Appennino ligure e quello tosco-emiliano - non riesce a uscire dalla cappa di smog. Qui le mappe dell'inquinamento si sovrappongono fedelmente a quelle delle maggiori concentrazioni di animali allevati: da Soresina (CR) a Schivenoglia (MN), passando per Cremona e Mantova, i livelli di polveri ultrafini (PM2.5) sono da allarme rosso anche quando nel centro di Milano gli stessi livelli scendono.
Da inizio anno la bassa pianura non ha mai respirato aria pulita, e questo avviene anche per la grande concentrazione di allevamenti e di liquami zootecnici, di gran lunga la prima fonte emissiva di ammoniaca, l'agente chimico che, reagendo con i fumi del traffico e degli impianti termici, le trasforma in particolato sottile.
I cittadini sono indifesi rispetto a questa fonte di inquinamento, che oltretutto nei lunghi mesi invernali ristagna. Le misure dovrebbero concentrarsi sulle emissioni da allevamento, ma di fronte ai numeri imponenti di suini e bovini allevati nella Bassa Lombarda è difficile immaginare miglioramenti significativi, se non fermando la corsa alla crescita degli allevamenti intensivi.
Eppure, il numero di mega-allevamenti continua a crescere, spesso a scapito dei piccoli allevamenti, gestiti da aziende familiari, che abbandonano il campo a grandi o grandissimi operatori dell'allevamento industriale.
Ci sono comuni, come Gonzaga (MN), che negli ultimi mesi hanno provato a dotarsi di regolamenti volti a impedire l'insediamento di nuovi grandi allevamenti, ma la mancanza di una norma di legge non facilita l’iniziativa e rende estremamente arduo l'impegno dei sindaci a tutela della salute: è quanto avvenuto nei giorni scorsi, con la sentenza del Consiglio di Stato che ha accolto l'istanza sospensiva di un'azienda che contestava il provvedimento di moratoria a nuovi allevamenti intensivi nel comune, “capitale” di una forma di allevamento che presenta impatti ambientali particolarmente severi come quello dei vitelli a carni bianche.
A Gonzaga risultano allevati quasi 60.000 capi, di cui 26.000 sono suini da ingrasso, 19.000 i vitelli a carni bianche e 11.000 i bovini da latte. Un carico decisamente insostenibile per un comune di circa 8.500 abitanti: in termini di peso vivo, infatti, gli animali allevati corrispondono a una massa di quasi 1.500 chili per abitante, bambini inclusi. L'iniziativa con cui l'amministrazione tenta di governare una situazione di così grave sovraccarico ha quindi più di qualche giustificazione, dal punto di vista della tutela della salute e dell'ambiente.
“Nel nostro ordinamento continuano a mancare specifiche norme che fissino limiti alla crescita del numero di animali negli allevamenti intensivi,” dichiarano congiuntamente i rappresentanti delle associazioni Terra!, Essere Animali, e Legambiente Lombardia. “È urgente dotarsi di riferimenti normativi espliciti, che consentano agli amministratori di tutelare la salute dei cittadini, specie in contesti ad altissima densità di allevamenti come la Bassa Lombarda. Esiste una proposta di legge nazionale, a firma di parlamentari di tutto l'arco costituzionale, ma di sicuro la Lombardia, regione che detiene un terzo dell'intero patrimonio zootecnico nazionale, dovrebbe fare intanto la sua parte per mettere un freno alla crescita dei mega-allevamenti".
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