Elezioni Ue: cercasi l'agricoltura nel dibattito elettorale

Pubblicato da Fabio Ciconte

il 27/05/2024

Le elezioni europee di inizio giugno rappresentano un momento decisivo per il futuro dell'ambiente e dell'agricoltura europea. Eppure, in queste settimane di campagna elettorale, il grande assente del dibattito pubblico sono proprio il cibo, i sistemi alimentari, il settore primario.

Solo pochi mesi fa, le proteste degli agricoltori di tutta Europa sono finite sulle prime pagine dei giornali e sui notiziari nazionali. Un'occasione preziosa, per reclamare redditi dignitosi, un giusto prezzo per il cibo, un modello di agricoltura più sostenibile. E invece quelle piazze sono servite solo a cancellare in un lampo i pochissimi avanzamenti fatti in Europa, nell'ambito delle politiche green. Gli slogan degli agricoltori sono stati strumentalizzati da una classe politica che, in vista delle elezioni, ha voluto cavalcare quel malcontento, per attaccare le politiche ambientaliste. 

Ma veniamo a oggi: l'agricoltura è totalmente assente dal dibattito elettorale

Eppure non è così irrilevante se pensiamo che un terzo del bilancio europeo (quasi quattrocento miliardi) è destinato proprio all’agricoltura. Questo vuol dire una sola cosa: che gli piaccia o no, i prossimi parlamentari europei dovranno occuparsene e decidere, ad esempio, come orientare i fondi della nuova Pac, la prossima Politica agricola comune.

Continueranno - come sta succedendo ora - a cancellare le misure ecologiche dell’agricoltura per strizzare l’occhio a diversi settori dell’agro-industria e a farci credere che l’ecologia sia nemica dell’agricoltore? Oppure sapranno accompagnare il settore primario verso una conversione ecologica che sappia tenere insieme le esigenze produttive con la sfida alla crisi climatica?

Votare a destra o sinistra, quando sia parla di cibo e di agricoltura, non è neutrale. Esistono visioni contrapposte, idee molto diverse. E varrebbe la pena metterle a confronto e, soprattutto, conoscerle. Eppure, quando si parla di cibo e agricoltura, si finisce nella solita retorica del made in Italy, di quanto si mangi bene nel nostro paese e delle eccellenze italiane. Ma mentre avanza questa retorica, senza accorgercene, le aziende agricole, stanche di non guadagnare abbastanza, esauste della burocrazia e delle carte da firmare, travolte da eventi metereologici estremi, continuano a chiudere.

Basterebbe ricordare quel che è successo solo un anno fa nell’alluvione dell’Emilia Romagna o proprio con le proteste europee dei trattori per porre nel dibattito pubblico un tema cruciale per le prossime elezioni: quanto costa il cibo che mangiamo? quanto viene pagato all’agricoltore?

La risposta è che il cibo costa troppo e, allo stesso tempo, troppo poco. Costa troppo per chi è precario e povero, ma costa troppo poco per remunerare adeguatamente l’agricoltore e non scaricare i costi sociali e ambientali sulla collettività.

I Trattati di Roma firmati nel 1957, e considerati l’atto di nascita dell’Unione per come la conosciamo oggi, davano espresso mandato di “assicurare prezzi ragionevoli nelle consegne ai consumatori”. La Pac è stata lanciata nel1962, dopo anni di difficoltà e di crisi alimentari, proprio per aumentare la produzione agricola, garantire la sicurezza alimentare, assicurare una qualità della vita dignitosa agli agricoltori e stabilizzare i mercati mantenendo prezzi ragionevoli.

Insomma l’Europa esiste anche per questo, per dare risposte, cioè, sul futuro del cibo che mangeremo. Ma di questo la campagna elettorale - e la politica - sembra non essersene accorta.


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