Glovo: dove arriva lo sfruttamento nella filiera del cibo? Fino alle nostre case

Pubblicato da Redazione

il 09/02/2026

Dalle 10 alle 25 consegne al giorno per sei sette giorni alla settimana, pagate circa 2.50 euro l’una. È il quadro di sfruttamento che viene fuori dalle testimonianze dei rider di Foodinho, società interamente controllata da Glovo, uno dei colossi del food delivery. Oggi la società è stata messa sotto controllo giudiziario, accusata di aver sfruttato i rider, i lavoratori che portano cibo a domicilio, generalmente su due ruote. Foodinho e Pierre Miquel Oscar, che è il suo amministratore unico, sono indagati per caporalato.

I numeri dello sfruttamento in Glovo

Il provvedimento è stato emesso dalla Procura di Milano, secondo cui i 40mila lavoratori di Glovo impiegati in Italia e i 2mila impiegati a Milano ricevevano paghe “in alcuni casi inferiori fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà e inferiori fino al 81,62% rispetto alla contrattazione collettiva”. Numeri legittimati solo dallo “stato di bisogno” dei lavoratori, che hanno confermato di essere a lavoro dodici ore al giorno per sette giorni, controllati e geolocalizzati costantemente. La Procura parla di “etero-organizzazione algoritmica della prestazione lavorativa”, un sistema di intermediazione che non vede un caporale, come accade nel settore agricolo o edilizio,  ma un algoritmo, che connota quello che viene definito il "caporalato digitale". La Procura sembra confermare il fatto che nonostante sulla carta i rider di Glovo siano lavoratori autonomi con partita Iva, nella pratica risultano lavoratori subordinati.


Lavoro e diritti nella filiera del cibo

Un quadro di illegalità dove ogni rischio viene scaricato su chi lavora, specie se chi lavora fa prestazioni poco qualificate.  

La logistica è solo uno dei tasselli della lunga strada che fa il cibo, dai campi fino alle nostre case. Le condizioni dei rider infatti sono molto simili a quelle di migliaia di braccianti agricoli che lavorano nelle nostre campagne. Spesso stranieri, privi di alternative e schiacciati da leggi sull’immigrazione profondamente ingiuste, sono l’ultimo anello di una filiera che scarica i problemi sull’unico soggetto che non ha potere contrattuale. Il lavoro, in agricoltura come in buona parte della filiera del cibo, è una delle voci più sacrificabili.

Per prevenire e contrastare lo sfruttamento lungo la filiera, bisognerebbe guardare all'intera filiera del cibo: a come viene prodotto, distribuito e consegnato. Solo così, leggendo il caporalato come il sintomo di un modello produttivo estremamente malato, dove la parte produttiva è strozzata a sua volta e dove la manodopera è solo un ingranaggio utile al profitto, potremo davvero lavorare per avere sistemi alimentari giusti per tutti.

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