Il prezzo della guerra nello scontrino della spesa

Pubblicato da Fabio Ciconte

il 05/03/2026

Dall’Ucraina a Hormuz: perché i conflitti fanno aumentare il prezzo del cibo.

Le guerre non restano mai solo sui campi di battaglia. Entrano nelle nostre case, nelle bollette, nei salari e – soprattutto – nel prezzo del cibo. Il conflitto aperto da Stati Uniti e Israele e la reazione dell’Iran ci riportano in uno dei punti più delicati della storia recente. Nessuno è davvero in grado di prevedere quello che accadrà, fino a che punto si spingerà l’escalation militare e quali saranno gli assetti futuri. Ma possiamo prevedere cosa succederà fuori dai confini del conflitto, quali saranno le ripercussioni nei mercati globali e anche nelle nostre case

Prima di tutto, però, bisogna dirlo con chiarezza: questa guerra ci fa orrore. Fa orrore per le vite spezzate, per la spirale di violenza che si alimenta da sola, per la sensazione che ogni escalation renda il mondo un posto più instabile e più pericoloso. Non c’è nulla di astratto nella guerra: sono città colpite, civili coinvolti, vite che cambiano per sempre. Ed è impossibile guardare a tutto questo senza provare sgomento e preoccupazione per ciò che sta accadendo e per ciò che potrebbe ancora accadere.

Ma i conflitti vanno letti anche aprendo il frigorifero. Lo abbiamo visto quattro anni fa: l’invasione russa dell’Ucraina aveva riportato la guerra nel cuore dell’Europa. Allora si parlava soprattutto di gas russo, di petrolio, di sanzioni. Ma in poche settimane quella crisi energetica ha messo in subbuglio i mercati alimentari: il prezzo del pane, della pasta, degli oli vegetali e dei cereali ha iniziato a salire rapidamente.

Guerra e prezzi

Il prezzo del cibo è uno dei termometri più sensibili dello stato del mondo. Quando sale troppo, vuol dire che le tensioni geopolitiche, energetiche e climatiche stanno entrando direttamente nella vita quotidiana delle persone. Lo vediamo ogni giorno. Fare la spesa è diventato molto più costoso. In pochi anni il prezzo del cibo è aumentato di circa il 25%. Un quarto in più per riempire lo stesso carrello. È un aumento enorme, soprattutto per chi ha redditi più bassi. E la domanda che dovremmo farci oggi è semplice: quanto costerà da qui in avanti? Quanto potremo permetterci davvero di pagare per mangiare? E quanto il Governo è consapevole di quello che potrebbe accadere se una nuova crisi energetica dovesse tradursi ancora una volta in un aumento dei prezzi del cibo?

La guerra in Medio Oriente rischia di essere molto più di un conflitto regionale. È anche una guerra che attraversa uno dei nodi energetici più importanti del pianeta. Il Golfo Persico e lo stretto di Hormuz sono passaggi cruciali per il commercio globale di petrolio e gas. E questo si ripercuote immediatamente sul prezzo del cibo perché il sistema alimentare moderno dipende in modo profondo proprio da quell’energia: i fertilizzanti azotati sono prodotti a partire dal gas naturale, i trattori e le macchine agricole funzionano a gasolio, l’irrigazione richiede elettricità, le serre consumano energia per riscaldamento e illuminazione, il trasporto delle merci – dalle campagne ai porti, dai porti ai supermercati – dipende dal carburante. Quando il prezzo dell’energia aumenta, tutta la filiera diventa più costosa.

C’è poi un altro nodo meno visibile ma altrettanto decisivo: i fertilizzanti. L’Iran è tra i principali esportatori mondiali di urea, il fertilizzante azotato più utilizzato in agricoltura, con circa 7-8 milioni di tonnellate prodotte ogni anno e una quota che vale circa il 10% del commercio globale.
Non è un caso isolato: l’intera regione del Golfo Persico – tra Iran, Qatar, Arabia Saudita e Oman – rappresenta uno dei principali hub mondiali per la produzione di fertilizzanti azotati. Una parte significativa di queste esportazioni passa proprio dallo stretto di Hormuz.
Se quella rotta si blocca o rallenta, non si fermano soltanto le petroliere ma anche le navi che trasportano fertilizzanti. I prezzi hanno già iniziato a salire e questo accade proprio nel momento più delicato per gli agricoltori dell’emisfero nord, quando si acquistano i fertilizzanti per le semine primaverili.

Lo abbiamo già sperimentato di recente: nel febbraio del 2022 l’invasione russa dell’Ucraina ha provocato uno dei più forti shock recenti nei mercati agricoli globali. Russia e Ucraina rappresentano una quota molto rilevante del commercio mondiale di cereali e oli vegetali. L’Ucraina è tra i principali esportatori di grano, mais e olio di girasole. La Russia è uno dei maggiori produttori di fertilizzanti. Quando la guerra ha bloccato le esportazioni dal Mar Nero e ha fatto impennare i prezzi dell’energia, il sistema alimentare globale è entrato in tensione. I fertilizzanti sono diventati molto più costosi, i trasporti si sono rincarati e nel giro di pochi mesi i prezzi delle materie prime agricole sono saliti in tutto il mondo.

Il costo del cibo e la crisi dell’agricoltura 

Il rischio oggi è lo stesso: produrre cibo costerà di più. E quel costo arriverà sullo scontrino della spesa. Solo che quello stesso scontrino già costa molto di più. 

Lo diciamo spesso: oggi il cibo costa troppo e, allo stesso tempo, costa troppo poco. Costa troppo per milioni di famiglie che già oggi non si possono permettere una spesa adeguata. E costa troppo poco per remunerare quell’aggravio di costi che oggi rischia di essere scaricato quasi esclusivamente sulle spalle degli agricoltori. Perché il rischio attuale è molto concreto: gli agricoltori si troveranno di fronte a costi di produzione sempre più alti - ecco perché realtà come Legacoop Agroalimentare sottolineano che la guerra rischia di diventare un “moltiplicatore di costi” per l’intera filiera - e chiederanno qualche centesimo in più per i loro prodotti. Dall’altra parte, milioni di famiglie – già colpite dall’aumento dei prezzi – chiederanno al contrario di pagare qualche centesimo in meno alla cassa del supermercato. In mezzo la Grande distribuzione, schiacciata tra due pressioni opposte: chi produce e non riesce più a coprire i costi e chi consuma e non riesce più a sostenere l’aumento dei prezzi. E oggi la domanda torna inevitabile: se una nuova crisi energetica colpirà ancora una volta l’agricoltura, quanto peserà sulla vita degli agricoltori? E quanto ancora potrà reggere questo equilibrio sempre più fragile tra chi produce e chi compra il cibo?

In parte sta già accadendo e infatti il mondo agricolo è già in fibrillazione perché la crisi la tocca con mano: l’impossibilità di attraversare lo stretto di Hormuz starebbe già bloccando navi cariche di prodotti destinati ai mercati del Medio Oriente. Ci sono grandi quantità di frutta, in particolare di mele, ferme. E per un mercato come l’Italia che è il secondo produttore mondiale e uno dei principali esportatori, questo rischia di mettere in crisi una filiera importante. La sola Arabia Saudita rappresenta il terzo mercato di sbocco, con un valore di circa 70 milioni di euro, mentre l’intero Medio Oriente vale oltre 151 milioni per i produttori italiani. 

Ma le crisi non producono soltanto effetti economici. Producono anche effetti politici e speculazioni.

Chi specula sulla crisi?

Durante la guerra in Ucraina governi conservatori e lobby dell’agrobusiness hanno utilizzato la paura della carestia per chiedere di allentare i vincoli ambientali alla produzione agricola. In nome della sovranità alimentare, delle riserve strategiche e dell’autosufficienza – che in realtà in molti casi esiste già – si è iniziato a mettere in discussione alcune delle principali misure ecologiche europee. 

Oggi il copione rischia di ripetersi. E infatti, di fronte alle tensioni in Medio Oriente e al rischio di nuovi shock energetici, diverse organizzazioni del settore agroalimentare stanno già chiedendo nuove misure straordinarie. Oggi addirittura alcune organizzazioni agricole iniziano a parlare della necessità di creare riserve strategiche europee di materie prime agricole e input produttivi come fertilizzanti e mangimi per rendere il sistema agroalimentare meno vulnerabile agli shock geopolitici. Il fatto che si torni a parlare di riserve strategiche è, di per sé, molto significativo. Per decenni il sistema alimentare globale è stato costruito su un paradigma diverso: filiere lunghe, mercati aperti. L’idea era che il commercio globale avrebbe garantito approvvigionamenti stabili e continui. Le crisi degli ultimi anni stanno rimettendo in discussione questo paradigma. Prima la pandemia, poi la guerra in Ucraina e ora le tensioni in Medio Oriente hanno riportato al centro un tema che sembrava appartenere a un’altra epoca: la sicurezza degli approvvigionamenti. Non solo per l’energia, ma anche per il cibo.

E poi c’è un altro elemento che merita attenzione: la speculazione finanziaria. Le guerre sono anche momenti perfetti per la speculazione finanziaria sulle materie prime. Nei mesi successivi all’invasione russa i prezzi delle commodity agricole sono saliti rapidamente anche perché i mercati finanziari hanno iniziato a scommettere sulla scarsità di grano e cereali. La paura della carestia è un potente motore dei mercati.

Per molto tempo abbiamo dato per scontato che il cibo sarebbe sempre stato disponibile sugli scaffali dei supermercati, indipendentemente da ciò che accadeva nel mondo. Le crisi degli ultimi anni stanno dimostrando che non è così. Per questo oggi è importante tenere gli occhi aperti. Le crisi geopolitiche producono effetti reali sull’economia e sull’agricoltura, ma diventano anche momenti in cui si ridefiniscono gli equilibri politici e gli interessi economici. Il rischio che la nuova crisi venga utilizzata ancora una volta per giustificare speculazioni finanziarie e smantellamento delle politiche ambientali è concreto.

Il nostro compito è non smettere di indignarci, di continuare a guardare con orrore ciò che accade ma, allo stesso tempo, dobbiamo avere la capacità e la lucidità di aprire il frigorifero di casa e leggere la guerra lì dentro.

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