Allevamenti intensivi in Lombardia, un eccesso che mette in pericolo ambiente e salute

Pubblicato da Redazione

il 04/05/2026

Gli allevamenti intensivi in Lombardia rappresentano il cuore della produzione zootecnica italiana, ma anche uno dei principali fattori di inquinamento ambientale, emissioni di gas serra e impatto sulla salute pubblica. Con oltre 5 milioni di bovini e suini e più di 30 milioni di avicoli, la regione concentra un sistema produttivo altamente intensivo che genera ammoniaca, PM2.5, nitrati e azoto in eccesso, contribuendo a crisi climatica, inquinamento dell’aria e delle acque. Il modello attuale degli allevamenti intensivi lombardi mostra limiti strutturali: scarsa sostenibilità, bassa efficienza ambientale, criticità nel benessere animale e forte dipendenza da mangimi importati. Superare gli allevamenti intensivi significa avviare una transizione agroecologica, ridurre il numero di capi, migliorare la distribuzione territoriale e promuovere un sistema alimentare più sostenibile, trasparente e resiliente, capace di tutelare ambiente, salute, animali e anche le nostre aziende agricole.

Il pianeta manda segnali sempre più difficili da ignorare. Le estati diventano più calde e più lunghe, le siccità si alternano ad alluvioni devastanti, la qualità dell'aria nelle grandi pianure europee continua a deteriorarsi. E mentre centinaia di milioni di persone nel mondo non hanno accesso a cibo sufficiente o nutriente, il sistema che produce la carne, il latte e i derivati animali che finiscono sulle nostre tavole contribuisce in modo significativo a ciascuna di queste crisi. Gli allevamenti intensivi emettono gas climalteranti, inquinano l'aria e le acque, consumano risorse idriche e agricole enormi, e lo fanno spesso a poca distanza dalle città e dai paesi in cui viviamo. Eppure, di fronte a tutto questo, ci viene chiesto continuamente di fare la nostra parte come individui. Spegnere le luci, differenziare i rifiuti, scegliere con attenzione cosa mettere nel carrello della spesa. È giusto farlo. Ma c'è un rischio in questo racconto tutto centrato sull'individuo: che la responsabilità personale diventi un alibi collettivo, un modo per scaricare sui comportamenti dei singoli il peso di scelte sistemiche che i cittadini, da soli, non possono cambiare. Il cibo è uno degli ambiti in cui questa tensione si fa più evidente. Ogni giorno, miliardi di decisioni di acquisto si scontrano con un sistema agroalimentare che ha trasformato l'allevamento in una macchina da produzione industriale. Una macchina potente, efficiente nei numeri, ma sempre più fragile nelle fondamenta e sempre più costosa per le persone, per il clima, per gli animali e per le stesse aziende agricole.

È per questo che, insieme a Legambiente Lombardia, Essere Animali e EStà — Economia e Sostenibilità, abbiamo voluto mettere i dati al centro. Il report "Allevamenti intensivi in Lombardia, anatomia di un eccesso", realizzato con il supporto di Fondazione Cariplo, analizza con rigore il sistema zootecnico lombardo e ne restituisce un quadro che va oltre la polemica ambientalista: è una diagnosi precisa di un sistema arrivato al limite, accompagnata da una mappa di possibili vie d'uscita. 

Scarica gratuitamente il report completo

Una premessa: dove sono gli allevamenti intensivi in Italia?

In Italia, negli allevamenti intensivi stazionano la maggior parte degli animali destinati al macello e sono distribuiti soprattutto nelle regioni settentrionali, nell'area della Pianura Padana. In particolare, la quasi totalità della produzione intensiva si concentra in quattro regioni: Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna. Gli stessi territori in cui viene realizzata una buona fetta degli oltre 300 prodotti DOP, IGP e STG italiani. Scendendo più nel dettaglio, si può osservare come anche all’interno di quest’area geografica la distribuzione degli allevamenti intensivi non sia uniforme. Nel caso di bovini e suini, infatti, la stragrande maggioranza delle aziende intensive è ubicata in una zona molto ristretta che tocca le province di Mantova, Brescia, Reggio Emilia e Modena. Per quanto riguarda il pollame, invece, il Veneto è la regione con il maggior numero di avicoli allevati, seguita da Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte. Al di là dei numeri assoluti, però, ciò che è importante sottolineare è che questa concentrazione geografica ha conseguenze ambientali dirette e misurabili. Le regioni della Pianura Padana ospitano il 90% degli allevamenti intensivi italiani che emettono i maggiori quantitativi di ammoniaca, un inquinante che contribuisce in modo significativo alla formazione di polveri sottili. In Italia, gli allevamenti intensivi sono la seconda causa di formazione di particolato fine, responsabili di quasi il 17% del PM2,5, più dell'intero settore industriale.

Quanti sono gli animali allevati in Lombardia?

Ora facciamo uno zoom sulla Lombardia. Come emerso anche dai dati visti ora, la Lombardia è la prima regione zootecnica d'Italia. A fine 2025, nella regione si contavano oltre 5,2 milioni di capi di bestiame, tra bovini e suini. Una cifra pari a circa la metà dei residenti lombardi. Questo significa che in Lombardia ogni coppia “possiede” almeno un maiale o una mucca. A bovini e suini si aggiungono oltre 30 milioni di avicoli, che, come già anticipato, fanno della Lombardia la seconda regione italiana per volumi produttivi di questa tipologia di animali.

Rimaniamo, però, su bovini e suini e scendiamo ancora di più nel dettaglio. I bovini presenti in Lombardia sono oltre 1,5 milioni, distribuiti in meno di 14mila allevamenti. La maggioranza (1,1 milioni in poco più di 5mila allevamenti) è orientata alla produzione di latte, i restanti (oltre 300mila) sono bovini da carne. Tra questi, spiccano i vitelli a carne bianca, per i quali la Lombardia detiene il 57% dei capi nazionali (concentrati in appena 194 allevamenti). I suini, invece, sono oltre 3,7 milioni, distribuiti in meno di 6mila allevamenti. Si tratta di quasi la metà di tutti i suini allevati in Italia. Un dato che da solo racconta la natura ipertrofica del sistema lombardo: moltissimi animali, concentrati in grandi strutture intensive, con una concentrazione media per allevamento cinque volte superiore alla media italiana.

qui testo SEO immagine

Tutti i mali degli allevamenti intensivi lombardi (e non solo)

Già da questi primi numeri, è facile immaginare che un sistema così sovradimensionato non possa non avere impatti negativi su diversi fronti. Ed in effetti così è. Gli allevamenti intensivi in Lombardia generano una serie di impatti profondi e documentati sulla salute delle persone che vivono nei territori interessati, sull'ambiente che li circonda, sugli animali allevati e anche sul tessuto economico e produttivo. Capire la portata di questi danni è il primo passo per comprendere perché una transizione strutturale verso modelli produttivi alternativi non sia più rinviabile.

Eppure, chi prova ad arginare gli allevamenti intensivi viene fermato, come accaduto al Comune di Gonzaga

Allevamenti intensivi e salute umana: l'azoto che respiriamo e beviamo

Uno degli impatti più diretti e sottovalutati degli allevamenti intensivi riguarda la qualità dell'aria e delle acque nei territori ad alta densità zootecnica. Il meccanismo è relativamente semplice: gli effluenti prodotti da bovini e suini rilasciano grandi quantità di azoto nell'ambiente, in parte sotto forma di ammoniaca gassosa, in parte si trasforma in nitrati che si infiltrano nel suolo e raggiungono le falde acquifere e i corsi d'acqua superficiali.

Sul fronte atmosferico, i dati sono eloquenti. ARPA Lombardia stima che le emissioni di ammoniaca di fonte agricola ammontino a 62,9 chilotonnellate all'anno, pari al 95% delle emissioni regionali totali di questo inquinante. L'ammoniaca, pur non essendo un gas serra in senso stretto, è un precursore del protossido di azoto e contribuisce in modo significativo alla formazione del PM2,5, che penetra nei polmoni e causa gravi patologie respiratorie e cardiovascolari. Non è un caso che nel 2025 la centralina con i livelli peggiori di concentrazione di PM10 in tutta la Lombardia sia risultata quella di Soresina, un piccolo centro della pianura cremonese, con valori di inquinamento nettamente superiori a quelli rilevati nelle grandi aree metropolitane.

Sul fronte idrico, i dati di ARPA Lombardia mostrano che i fiumi e i corsi d'acqua che attraversano le zone ad alta concentrazione di allevamenti presentano spesso livelli preoccupanti di nitrati e fenomeni di eutrofizzazione, cioè una proliferazione eccessiva di alghe che riduce la presenza di ossigeno e danneggia gli ecosistemi acquatici. Inoltre, i nitrati, altamente solubili, si trasferiscono rapidamente dal suolo alle acque superficiali e alle falde sotterranee, compromettendone la qualità e generando rischi concreti per la salute umana. La situazione è talmente grave da aver esposto l'Italia a una procedura di infrazione europea sulla Direttiva Nitrati, aperta nel 2018 e nella quale la Regione Lombardia è protagonista per le non conformità rilevate nei propri punti di monitoraggio delle acque.

Infine, la stima dell'azoto rilasciato annualmente dai soli bovini e suini lombardi è di oltre 170mila tonnellate. Un valore che, rapportato alla superficie agricola utilizzata, produce un carico medio regionale di 184 kg di azoto per ettaro all'anno. Un valore superiore dell'84% rispetto a quello stimato per il pareggio del bilancio dell’azoto (in rapporto al valore medio lombardo stimato come riferimento, ossia 100 kgN/ha/anno). Nei comuni di pianura la situazione è ancora più critica: in più della metà dei 737 comuni analizzati, il carico di azoto zootecnico eccede il fabbisogno delle colture, nella maggior parte dei casi del doppio. Venti comuni raggiungono valori da sette a dieci volte superiori alla soglia.

Clima e ambiente: emissioni in controtendenza

Questi numeri, purtroppo, non sorprendono. Il settore zootecnico, infatti, è risaputo essere un contribuente rilevante alle emissioni di gas climalteranti. Quello lombardo, però, lo è in misura superiore alla media nazionale, con una tendenza che va nella direzione opposta rispetto agli obiettivi climatici europei.

I due principali gas serra prodotti dagli allevamenti sono il metano (CH4) e il protossido di azoto (N2O). Il loro potenziale di riscaldamento globale, calcolato su un orizzonte di 100 anni, è rispettivamente 27 e 273 volte superiore a quello della CO2. Tra il 2014 e il 2021, mentre le emissioni complessive della Lombardia si riducevano del 10,43% e quelle italiane del 2,37%, le emissioni degli allevamenti lombardi andavano nella direzione opposta, facendo segnare un aumento del 2,50% (a fronte di un calo nazionale del settore pari all'1,27%).

Un segnale particolarmente preoccupante, poi, riguarda le emissioni di metano prodotte dalla digestione dei bovini da latte. A livello nazionale, i chilogrammi di CH4 prodotti per capo all'anno sono passati da 111,1 nel 1990 a 139,7 nel 2022, con un aumento del 25% in trent'anni. Il dato riflette l'aumento della produttività per animale: vacche che producono più latte emettono più metano. Un modello che l'industria spesso presenta come efficiente, ma che in termini assoluti aggrava il bilancio climatico.

A questo si aggiunge il problema del carico di azoto riversato nell'ambiente. ERSAF ha stimato che l'agricoltura lombarda immette complessivamente nell'ambiente un eccesso di oltre 100mila tonnellate all'anno di azoto reattivo, oltre a 15mila tonnellate annue di fosforo in eccesso. Questi surplus raggiungono i corsi d'acqua lombardi e da lì il fiume Po, contribuendo al progressivo impoverimento delle acque dell'Adriatico, dove l'eccesso di nutrienti provoca la proliferazione di alghe e la riduzione dell'ossigeno disponibile per i pesci e gli altri organismi marini. 

Infine, l'analisi per dimensione aziendale aggiunge un elemento ulteriore: le grandi aziende lombarde non sono le più efficienti. I dati della banca dati RICA mostrano che le aziende di grandi dimensioni producono 3,91 kg di CO2 equivalente per ogni euro di valore aggiunto generato, contro i 2,59 delle medie e i 3,11 delle piccole. Il risultato peggiore, sul piano carbonico relativo al valore economico prodotto, appartiene proprio alle strutture più grandi, quelle che dominano il sistema e che continuano a crescere.

qui testo SEO immagine

Tessuto economico: la scomparsa delle aziende familiari

Questo modello intensivo sta anche cambiando la geografia agricola: il numero complessivo di aziende diminuisce, mentre aumenta la dimensione media delle stalle rimaste. Le aziende piccole e medie, spesso con allevamenti misti, pascoli, rotazioni e una maggiore attenzione alla diversificazione colturale, faticano a competere con strutture di grande scala che possono intercettare buona parte dei sussidi.  Questa dinamica porta alla scomparsa di aziende familiari che presidiano il territorio e mantengono paesaggi più vari, con prati stabili, siepi, filari e piccole colture che offrono habitat per insetti impollinatori, avifauna e fauna selvatica. La sostituzione di questi sistemi con grandi piattaforme di mais e stalle chiuse aumenta la vulnerabilità della regione sia agli shock climatici (siccità, ondate di calore) sia a quelli di mercato.

La nostra proposta di legge contro gli allevamenti intensivi è ferma da anni

Benessere animale: standard minimi e scarsa trasparenza

Altro tema di rilevante importanza quando si parla di allevamenti intensivi è ovviamente quello del benessere degli animali. Ed anche in questo caso, la Lombardia non brilla, visto che in molti casi il rispetto effettivo delle esigenze degli animali allevati resta “sulla carta”.

A livello europeo, il Trattato di Lisbona del 2007 ha riconosciuto gli animali come esseri senzienti, imponendo agli Stati membri di tenere conto delle loro esigenze nella formulazione delle politiche agricole. Tuttavia, la distanza tra il dettato normativo e la realtà degli allevamenti intensivi lombardi è ancora molto ampia. I disciplinari dei principali prodotti DOP italiani (Parmigiano Reggiano, Grana Padano e Prosciutto di Parma) non prevedono obblighi di pascolo, accesso all'esterno o criteri specifici di valutazione del benessere animale. Le norme riguardano principalmente la composizione della dieta e la provenienza dei foraggi, con finalità qualitative e di tracciabilità del prodotto, non di tutela degli animali. I modelli di allevamento restano perlopiù intensivi e stabulati al chiuso, compatibili con densità di capi molto elevate.

Il Sistema di Qualità Nazionale Benessere Animale (SQNBA), introdotto nel 2022 e collegato alla piattaforma ClassyFarm del Ministero della Salute, avrebbe dovuto rappresentare un passo avanti verso standard superiori ai minimi europei. I risultati, però, sono deludenti: a inizio settembre 2025, solo lo 0,9% degli allevamenti a livello nazionale aveva ottenuto la certificazione. Il sistema è criticato per la rigidità dei punteggi, la scarsa adattabilità agli allevamenti estensivi, gli oneri burocratici elevati e, soprattutto, la mancanza di trasparenza. i dati raccolti da ClassyFarm, infatti, non sono accessibili né ai ricercatori né ai cittadini, rendendo impossibile qualsiasi valutazione indipendente.

L’unica nota positiva viene dal solo settore in cui la tracciabilità ha prodotto risultati concreti: quello delle galline ovaiole. Il sistema di etichettatura obbligatoria delle uova ha reso visibile al consumatore ciò che avviene in allevamento, alimentando una pressione sociale che ha contribuito ad anticipare il divieto europeo delle gabbie, previsto entro il 2027. È un esempio di come norme vincolanti, dati pubblici, etichette chiare e partecipazione dei cittadini possono produrre un cambiamento reale nelle pratiche produttive. Qualcosa che, negli allevamenti di bovini e suini lombardi, resta ancora largamente da costruire.

Superare gli allevamenti intensivi: una transizione necessaria verso modelli agroecologici

A questo punto vale la pena chiedersi in che direzione muoversi. Il report che abbiamo contribuito a realizzare non si limita a fotografare un sistema in crisi: indica anche la strada da percorrere. Le conclusioni, costruite su dati e su una serie di interviste a ricercatori, veterinari, funzionari e allevatori, arrivano tutte allo stesso punto: il sistema zootecnico intensivo lombardo ha raggiunto il suo limite. Non può crescere oltre, e tentare di farlo significherebbe accelerare il collasso.

Il territorio, innanzitutto, non regge più. La Lombardia alleva troppi animali rispetto a quanto il suo ecosistema sia in grado di sostenere. L'eccesso di azoto, le emissioni climalteranti che crescono mentre tutto il resto cala, il rischio concreto di sanzioni europee per la violazione della Direttiva Nitrati: sono segnali che parlano la stessa lingua. Ridurre il numero di capi non è una minaccia per il settore ma l'unico modo per evitare uno scenario ben peggiore, come quanto accaduto nei Paesi Bassi, dove la pressione dell'Unione Europea ha costretto alla chiusura forzata di migliaia di aziende nel giro di pochi anni.

C'è poi una fragilità tutta economica, spesso sottovalutata. Il sistema lombardo dipende in misura massiccia da mais e soia importati, con un tasso di autosufficienza stimato al 25% per il mais e appena al 13% per la soia. Significa che qualsiasi shock esterno (una siccità, una guerra, una crisi logistica) può far saltare i conti di un'intera filiera. È già successo nel 2022, quando la combinazione di siccità e guerra in Ucraina ha fatto esplodere i prezzi delle materie prime. E il recente crollo delle quotazioni del latte ha ricordato, ancora una volta, quanto sia fragile un sistema costruito sulla quantità e sulla dipendenza dall'estero. A complicare ulteriormente il quadro, i dati RICA mostrano che le grandi aziende, che dominano il mercato, non sono affatto le più efficienti. Anzi, producono meno valore aggiunto per ettaro, impiegano meno lavoratori e generano più emissioni per ogni euro di ricchezza creata rispetto alle aziende medie e piccole.

Sul piano politico, poi, bisogna prendere atto che gli strumenti disponibili (dai disciplinari DOP al sistema ClassyFarm, dalla PAC ai Piani d'Azione Nitrati) non stanno funzionando. I sussidi pubblici continuano a premiare le strutture più grandi, scoraggiano i giovani dall'entrare nel settore e tengono in piedi artificialmente un modello che il mercato e l'ambiente stanno già bocciando. Le raccomandazioni sono chiare: riorientare gli incentivi verso pratiche agroecologiche, rendere pubblici i dati sulle performance ambientali degli allevamenti, aggiornare i disciplinari DOP con obiettivi misurabili, investire in ricerca sul benessere animale e sulla riduzione dell'azoto nella dieta dei capi.

Infine, c'è il ruolo di chi mangia. La domanda alimentare ha già dimostrato di saper cambiare le cose: l'etichettatura delle uova, con il suo semplice codice numerico che indica le condizioni di allevamento, ha generato una pressione sociale capace di anticipare il divieto europeo delle gabbie. Lo stesso meccanismo potrebbe funzionare per latte e carne, a patto che i consumatori abbiano accesso a informazioni trasparenti e la possibilità concreta di scegliere.

In sintesi, la strada da percorrere è quella di un sistema con meno animali, meglio distribuiti sul territorio, in cui il rapporto tra allevamento e terra torni a essere equilibrato. Non una nostalgia del passato, ma una trasformazione profonda e consapevole, da avviare ora, prima che siano le emergenze a imporla.

Scarica gratuitamente il report completo

? Preferenze Cookies