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Il cibo scotta - Gli effetti della crisi climatica su lavoro, agricoltura e filiere

Il nuovo report di Terra! ed EStà - Economia e sostenibilità racconta come i cambiamenti climatici stanno impattando sulle filiere e sul cibo che mangiamo, ma suprattutto sul lavoro in agricoltura e la sua organizzazione, amplificando e gli effetti dello sfruttamento e colpendo braccianti e lavoratori agricoli.

Un lavoro che arriva a 10 anni dalla legge 199/2016, nota come legge “anti caporalato”, voluta e sostenuta da tanti pezzi della società civile, tra cui Terra!, che in quegli anni indagava la “Filiera Sporca” nelle campagne del Sud. Una legge che ha esteso la responsabilità in solido del reato dal caporale all’azienda agricola che si serve di intermediari illegali.

Oggi sappiamo che c'è ancora tanto da fare. Lo dimostrano le tante morti drammatiche si sono susseguite in questi 10 anni. Lo dimostra il fatto che ovunque abbiamo cercato il caporalato, in questi anni, lo abbiamo trovato, al Sud come al Nord. Serve una strategia sull’intera filiera, dal lavoratore alla grande distribuzione organizzata, passando per il giusto riconoscimento del lavoro degli agricoltori, che stanno vedendo di giorno in giorno svanire il loro progetto di vita sotto grandinate e siccità.

Il cibo scotta parte da due osservazioni di natura molto diversa ma profondamente collegate. Da un lato, il costo della crisi climatica: al 2050, in assenza di interventi di mitigazione e adattamento, il calo della produzione agricola italiana potrà valere 30 miliardi di euro l’anno negli scenari più severi; dall'altro, l'impatto che il calore eccezionale ha sulle vite di chi lavora nei campi: soltanto tra il 14 giugno e il 3 agosto 2026 almeno sedici lavoratori agricoli hanno perso la vita in Italia, di cui cinque a causa delle temperature estreme. 

Queste cifre e queste vite, nella narrazione pubblica, non stanno quasi mai nella stessa frase. Eppure sono dimensioni della stessa storia, vista da due lati: l’impatto del clima sulle imprese agricole — rese, qualità, redditività — e l’impatto sulla salute e sicurezza di chi in quelle imprese lavora sono fenomeni strettamente collegati.

Quando cambia il clima non cambia soltanto l’agricoltura. Cambia il cibo che potremo produrre, dove potremo produrlo, quanto costerà produrlo, chi riuscirà ancora a produrlo e in quali condizioni.

Il cibo scotta parte da una domanda: quando il cambiamento climatico colpisce l’agricoltura, chi assorbe il costo del rischio? Le imprese? I consumatori? Le istituzioni? Oppure i lavoratori? 

Si ringraziano il Fondo di Beneficenza ed opere di carattere sociale e culturale di Intesa Sanpaolo e la Fondazione Cariplo.

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Ecco qualche anticipazione di cosa abbiamo scoperto


Il contesto dei cambiamenti climatici in Italia

Una crisi già in atto, non solo una proiezione futura

Le proiezioni climatiche per l'italia concordano su un punto: nel breve-medio periodo (2021-2050) l’aumento di temperatura è atteso ovunque sul territorio nazionale, fino a 2°C rispetto al periodo 1981-2010.

Per l’agricoltura, oltre all’aumento delle temperature medie, gli aspetti più rilevanti degli scenari al 2050 riguardano tre fenomeni specifici.

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GLI IMPATTI SULLA SALUTE E SULLA SICUREZZA DEI LAVORATORI

Il clima entra nei campi

Per chi lavora all’aperto, il cambiamento climatico non è una teoria: è una condizione di lavoro. Agisce sul corpo, modifica la capacità di svolgere le mansioni, aumenta il rischio di malattie e infortuni. Si tratta di ciò che succede nella vita quotidiana di ogni agricoltore.

Negli ultimi anni il tema sta entrando nelle politiche di prevenzione della salute e sicurezza sul lavoro. Nei casi più gravi, infatti, lo stress termico provoca danni permanenti o la morte. C’è poi un effetto meno visibile e altrettanto pericoloso.

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IL CLIMA CHE COSTA

Imprese agricole e organizzazione del lavoro

Nell'estate del 2026, in Nord Italia ci sono state 192 grandinate estreme che hanno distrutto in pochi minuti migliaia di ettari coltivati; al Sud gli incendi, alimentati da caldo e siccità, hanno bruciato quasi 22.000 ettari tra boschi e terreni agricoli, con danni stimati in Sardegna già attorno ai 10 milioni di euro. Nel Tarantino il caldo estremo ha fatto perdere fino al 60% del raccolto di cocomeri.

Le stime disponibili concordano su un punto: l’agricoltura è uno dei settori più esposti al cambiamento climatico, con un impatto molto più marcato di quello osservato sull’economia nel suo complesso.

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MORIRE DI CALDO NELLE CAMPAGNE

Un'indagine sul campo

«È impossibile lavorare con questo caldo, si muore! Io il pomeriggio non torno al lavoro». Così risponde Ibrahima, il primo bracciante da cui parte la ricerca condotta nei campi della Puglia, una regione che negli ultimi anni è stata interessata da numerosi episodi di malori e incidenti legati al caldo durante il lavoro agricolo e ha assunto un ruolo di primo piano nell’introduzione di ordinanze per contrastare i rischi legati alle temperature estreme.

L’indagine ha interessato quattro aree caratterizzate da sistemi agricoli differenti, ma accomunate dalla presenza di colture industriali, verificando quanto il caldo estremo incida sulle attività agricole e sulle persone che vi lavorano.

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