L’agricoltura (e chi ci lavora) nella morsa del caldo estremo

Pubblicato da Redazione

il 31/07/2026

L’Europa continua a bruciare. Dopo un giugno che è stato il più caldo della storia del vecchio continente, anche a luglio e agosto le temperature si sono mantenute molto alte. E in prima fila a farne le spese c’è l’agricoltura, stretta tra la tragedia dei morti nei campi, che si moltiplicano come ogni estate, e la necessità di ripensare i propri modelli produttivi, per adattarli ai cambiamenti climatici e mitigarne l’impatto. Dal Governo, però, molte parole e pochi fatti. La Ministra Calderone, in un’audizione del 31 luglio dedicata al tema, è stata molto evasiva soprattutto su due temi chiave: il contrasto al caporalato e la possibilità di rendere strutturali gli investimenti per combattere l’emergenza climatica.

Il giugno 2026 è stato il più caldo di sempre in Europa. Le temperature hanno toccato cifre record non solo nei paesi del Mediterraneo, ma anche in quelli che rappresentano il cuore (più freddo) del continente, Germania e Francia su tutti. Le settimane seguenti, poi, non sono state da meno, con ondate di calore che a intermittenza hanno surriscaldato il territorio europeo. Il dilagare dell’emergenza, però, non ha contribuito ad innalzare il livello del dibattito politico sul tema e non ha spinto il Governo verso risposte concrete e efficaci. Anzi, il Presidente del Senato Ignazio la Russa ha pensato bene di liquidare la questione con un laconico “gli italiani si abitueranno al clima tropicale”. Solo il 31 luglio, la Ministra del lavoro Marina Calderone è intervenuta sul tema in una riunione congiunta delle commissioni parlamentari lavoro e agricoltura. Al di là delle retorica e dei buoni propositi, il suo discorso è apparso scarico di proposte concrete. Soprattutto, la Ministra ha detto poco o niente sul tema del caporalato e è stata vaga sulle questioni più pesanti sollevate dalle opposizioni: il dimezzamento dei fondi per l’emergenza caldo nel giro di un anno e la scelta di proseguire con misure emergenziali su un fenomeno che ormai tutti riconoscono come strutturale.

Morire lavorando sotto il sole: la strage di braccianti

Intanto, purtroppo, la realtà bussa alla porta ed è molto più concreta. , Anche quest’anno,  nei campi si contano i morti. Come Ahmed Belkihal, 61 anni, algerino, deceduto mentre si trovava al lavoro all'interno di una serra di pomodori a Pachino, nel Siracusano e Thahar El Haddad, ucciso da un malore mentre raccoglieva angurie nella zona di Borgocarbonaro, nel mantovano. Solo gli ultimi nomi di una lunga lista. Sempre nell’area di Mantova, infatti, pochi giorni prima, Stefano Vicentini, agricoltore, era morto mentre si trovava sul proprio trattore, e un bracciante di 48 anni era stato colpito da un grave malore mentre era impegnato nella raccolta dei meloni, finendo in coma. Un bollettino di guerra, che ha spinto Michele Orezzi, segretario della Cgil di Mantova, a parlare senza mezzi termini di strage, perché “stiamo normalizzando il fatto che uno debba morire di lavoro in giornate in cui c'è un'allerta sanitaria: è una cosa che non sta né in cielo né in terra."

Più a sud, un’altra situazione esplosiva legata al mondo agricolo e al lavoro nei campi: la mancanza di acqua all’interno della baraccopoli di Borgo Mezzanone, il ghetto dei migranti impegnati nelle campagne pugliesi, tra Foggia e Manfredonia. Come sottolineato dal presidio locale della Flai, “la popolazione in crescita all’interno del ghetto e le temperature di questi giorni rendono necessario aumentare la fornitura d’acqua nel periodo estivo, garantendo il servizio per tutta la settimana”. In un quadro così grave, da Nord a Sud, le ordinanze anti-caldo adottate da molte regioni appaiono poco più che dei palliativi, se non accompagnate da serie politiche di contrasto alla crisi climatica in corso e di tutela dei diritti dei lavoratori. Vietare le attività all’aperto dalle 12,30 alle 16, infatti, non affronta il cuore di un problema che chiede una riflessione più ampia e radicale su modi e tempi della produzione agricola.

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Gli effetti dei cambiamenti climatici sull’agricoltura

D’altra parte, l’agricoltura è senza dubbio il settore più esposto agli effetti dei cambiamenti climatici e dei fenomeni estremi. L’impatto avviene lungo due direttrici, come sottolinea Domenico Ventrella, del Centro Agricoltura e Ambiente del CREA: “il riscaldamento atmosferico e l’incremento delle probabilità che si verifichino fenomeni estremi”. “L’aumento delle temperature”, spiega il ricercatore, “fa si che le colture passino da uno stadio fenologico all’altro più velocemente e questo significa che hanno meno giorni per l'accrescimento con effetti negativi sulla resa che tende a ridursi; inoltre, il riscaldamento aumenta il deficit idrico dell'atmosfera e, di conseguenza, il fabbisogno idrico giornaliero delle colture”. Ci sono poi gli effetti provocati dagli eventi estremi: “le ondate di calore e le gelate tardive alterano i processi di sviluppo e maturazione delle colture, mentre l'alternarsi di periodi di aridità e di piogge intense può compromettere i raccolti”. Ma come si può correre ai ripari di fronte a una situazione che non è certo passeggera? “Come tutte le attività antropiche”, spiega ancora Ventrella, “l’agricoltura può rispondere ai cambiamenti climatici in due modi: adattandosi e mitigando, di pari passo”.

Adattamento significa, ad esempio, “selezionare varietà a ciclo più lungo, anticipare la semina, ottimizzare l’irrigazione”.

La mitigazione, invece, richiede di agire sulle cause, andando a diminuire l’impronta ecologica dello stesso settore agricolo.

Questo significa che occorre progettare e implementare sistemi colturali con elevata capacità di adattamento e mitigazione. Ma nella pratica è davvero così? Purtroppo no, perché si tratta di un cambio di paradigma che fa fatica ad imporsi, richiedendo uno sforzo economico, soprattutto in termini di formazione degli imprenditori agricoli e tecnologie innovative.

Per questo motivo, secondo Ventrella, “è necessario andare nei territori e sostenere gli agricoltori, mettendogli a disposizione esperti che li aiutino a individuare le specie e le cultivar più adatte e ad ottimizzare il management della loro impresa agricola”. Un impegno che avrebbe bisogno di investimenti seri, da parte del Governo italiano, certo, ma anche da parte dell’Europa. Perché se c’è un’altra lezione che questo giugno rovente ha impartito è che nessuno si salva da solo. Il caldo disumano non è più un problema solo dei paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo, hot spot per eccellenza, ma investe anche l’Europa Centrale e lambisce quella del nord, dalla Francia al Belgio, passando per la Germania. Secondo quanto rivelato da molti studi, e sottolineato anche dall’OMS, il vecchio continente si scalda al doppio della velocità media del pianeta. Le prossime estati, dicono le previsioni, saranno sempre peggio. E noi non siamo pronti

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