Pubblicato da Redazione
il 03/09/2026
L’Europa continua a bruciare. Dopo un giugno che è stato il più caldo della storia del vecchio continente, anche a luglio e agosto le temperature si sono mantenute molto alte. E in prima fila a farne le spese c’è l’agricoltura, stretta tra la tragedia dei morti nei campi, che si moltiplicano come ogni estate, e la necessità di ripensare i propri modelli produttivi, per adattarli ai cambiamenti climatici e mitigarne l’impatto. Dal Governo, però, molte parole e pochi fatti. La Ministra Calderone, in un’audizione del 31 luglio dedicata al tema, è stata molto evasiva soprattutto su due temi chiave: il contrasto al caporalato e la possibilità di rendere strutturali gli investimenti per combattere l’emergenza climatica.
Il giugno 2026 è stato il più caldo di sempre in Europa. Le temperature hanno toccato cifre record non solo nei paesi del Mediterraneo, ma anche in quelli che rappresentano il cuore (più freddo) del continente, Germania e Francia su tutti. Le settimane seguenti, poi, non sono state da meno, con ondate di calore che a intermittenza hanno surriscaldato il territorio europeo. Il dilagare dell’emergenza, però, non ha contribuito ad innalzare il livello del dibattito politico sul tema e non ha spinto il Governo verso risposte concrete e efficaci. Anzi, il Presidente del Senato Ignazio la Russa ha pensato bene di liquidare la questione con un laconico “gli italiani si abitueranno al clima tropicale”. Solo il 31 luglio, la Ministra del lavoro Marina Calderone è intervenuta sul tema in una riunione congiunta delle commissioni parlamentari lavoro e agricoltura. Al di là delle retorica e dei buoni propositi, il suo discorso è apparso scarico di proposte concrete. Soprattutto, la Ministra ha detto poco o niente sul tema del caporalato e è stata vaga sulle questioni più pesanti sollevate dalle opposizioni: il dimezzamento dei fondi per l’emergenza caldo nel giro di un anno e la scelta di proseguire con misure emergenziali su un fenomeno che ormai tutti riconoscono come strutturale.
Intanto, purtroppo, la realtà bussa alla porta ed è molto più concreta. , Anche quest’anno, nei campi si contano i morti. Come un cittadino romeno di 19 anni, morto il 2 agosto per un colpo di calore che lo ha raggiunto mentre raccoglieva pomodori a Stagno Lombardo, nel cremonese. O come Ahmed Belkihal, 61 anni, algerino, deceduto mentre si trovava al lavoro all'interno di una serra di pomodori a Pachino, nel Siracusano e Thahar El Haddad, ucciso da un malore mentre raccoglieva angurie nella zona di Borgocarbonaro, nel mantovano. Solo gli ultimi nomi di una lunga lista. Sempre nell’area di Mantova, infatti, pochi giorni prima, Stefano Vicentini, agricoltore, era morto mentre si trovava sul proprio trattore, e un bracciante di 48 anni era stato colpito da un grave malore mentre era impegnato nella raccolta dei meloni, finendo in coma. Un bollettino di guerra, che ha spinto Michele Orezzi, segretario della Cgil di Mantova, a parlare senza mezzi termini di strage, perché “stiamo normalizzando il fatto che uno debba morire di lavoro in giornate in cui c'è un'allerta sanitaria: è una cosa che non sta né in cielo né in terra."
Più a sud, un’altra situazione esplosiva legata al mondo agricolo e al lavoro nei campi: la mancanza di acqua all’interno della baraccopoli di Borgo Mezzanone, il ghetto dei migranti impegnati nelle campagne pugliesi, tra Foggia e Manfredonia. Come sottolineato dal presidio locale della Flai, “la popolazione in crescita all’interno del ghetto e le temperature di questi giorni rendono necessario aumentare la fornitura d’acqua nel periodo estivo, garantendo il servizio per tutta la settimana”. Dall'inizio dell'estate 2026 sono stati censiti almeno 20 decessi per malore riconducibili alle ondate di calore (dati Collettiva), confermando la criticità per settori come agricoltura, edilizia e logistica. In un quadro così grave, da Nord a Sud, le ordinanze anti-caldo adottate da molte regioni appaiono poco più che dei palliativi, se non accompagnate da serie politiche di contrasto alla crisi climatica in corso e di tutela dei diritti dei lavoratori. Vietare le attività all’aperto dalle 12,30 alle 16, infatti, non affronta il cuore di un problema che chiede una riflessione più ampia e radicale su modi e tempi della produzione agricola.
Da sempre, siamo in prima linea contro il caporalato.
Puoi sostenere il nostro impegno con una donazione.
D’altra parte, l’agricoltura è senza dubbio il settore più esposto agli effetti dei cambiamenti climatici e dei fenomeni estremi. L’impatto avviene lungo due direttrici, come sottolinea Domenico Ventrella, del Centro per la Ricerca e Sperimentazione in Agricoltura: “il riscaldamento atmosferico e l’incremento delle probabilità che si verifichino fenomeni estremi”. “L’aumento delle temperature”, spiega il ricercatore, “fa si che le colture passino da uno stadio di maturazione all’altro più velocemente e questo significa che hanno meno giorni per svilupparsi e quindi danno una resa minore, a fronte però di un bisogno di acqua che rimane invariato”. Ci sono poi gli imprevisti provocati dagli eventi estremi: “ondate di calore e gelate tardive disturbano sviluppo e maturazione delle colture, così come l’alternarsi di fasi di aridità con periodi di piogge intense può danneggiare i raccolti”. Ma come si può correre ai ripari di fronte a una situazione che non è certo passeggera? “Come tutte le attività antropiche”, spiega ancora Ventrella, “l’agricoltura può rispondere ai cambiamenti climatici in due modi: adattandosi e mitigando, di pari passo”. Adattamento significa, ad esempio, “selezionare varietà a ciclo più lungo, anticipare la semina, ottimizzare l’irrigazione”. La mitigazione, invece, richiede di agire sulle cause, andando a diminuire l’impronta ecologica dello stesso settore agricolo. Questo significa che ogni nuova coltura progettata deve essere “ad alta capacità di adattamento e di mitigazione”. Ma nella pratica è davvero così? Purtroppo no, perché si tratta di un cambio di paradigma che fa fatica ad imporsi, richiedendo uno sforzo economico, soprattutto in termini di formazione degli imprenditori agricoli e di acquisto di nuove tecnologie. Per questo motivo, secondo Ventrella, “è necessario andare nei territori e sostenere gli agricoltori, mettendogli a disposizione esperti che li aiutino a individuare le colture più adatte e ad ottimizzare il management della loro impresa agricola”. Un impegno che avrebbe bisogno di investimenti seri, da parte del Governo italiano, certo, ma anche da parte dell’Europa. Perché se c’è un’altra lezione che questo giugno rovente ha impartito è che nessuno si salva da solo. Il caldo disumano non è più un problema solo dei paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo, hot spot per eccellenza, ma investe anche l’Europa Centrale e lambisce quella del nord, dalla Francia al Belgio, passando per la Germania. Secondo quanto rivelato da molti studi, e sottolineato anche dall’OMS, il vecchio continente si scalda al doppio della velocità media del pianeta. Le prossime estati, dicono le previsioni, saranno sempre peggio. E noi non siamo pronti.
Un caso emblematico di come le coltivazioni si stiano modificando sotto la spinta del caldo è la vendemmia del Brunello di Montalcino, che è stata anticipata al 7 settembre per rispondere all'invaiatura precoce avvenuta a metà luglio. Nonostante la buona qualità, i volumi previsti sono in linea o leggermente inferiori al 2025.
Inoltre, per fronteggiare il caldo estremo e proteggere i lavoratori, molte aziende agricole hanno adottato cambiamenti radicali: dallo spostamento delle attività più pesanti (come l'imballaggio della paglia) all'alba o in orario notturno, alle vendemmie notturne già praticate in Sicilia e Franciacorta. Tuttavia, queste misure di adattamento, seppur necessarie, non sono sufficienti a risolvere il problema strutturale della sicurezza nei campi.
I dati del bollettino MARS del Joint Research Centre (JRC) confermano un quadro critico per il comparto agricolo: le rese delle colture estive hanno subito riduzioni fino al 14% rispetto alla media quinquennale, colpendo duramente diverse aree in Europa e in Italia. Lo stress termico sta riducendo anche la qualità nutrizionale e organolettica (meno sapore, meno nutrienti) di colture come pomodori, lattuga, patate, agrumi e olive. Questo fenomeno, unito all'aumento dei prezzi, sta riducendo l'accessibilità al cibo per le fasce più deboli. E il calo si riflette pesantemente anche sui conti del settore: le stime sui danni economici subiti dall'agricoltura italiana parlano infatti di oltre 1,5 miliardi di euro secondo la Cia, mentre la Coldiretti stima perdite per oltre 3 miliardi di euro sommando le conseguenze di caldo, siccità, grandinate ed incendi.
Approfondisci il nostro lavoro su cambiamenti climatici e agricoltura
Vuoi darci una mano? Dona ora!