Pubblicato da Redazione
il 04/07/2026
L’Europa brucia nel giugno più caldo che la storia del vecchio continente ricordi. E in prima fila a farne le spese c’è l’agricoltura, stretta tra la tragedia dei morti nei campi, che si moltiplicano come ogni estate, e la necessità di ripensare i propri modelli produttivi, per adattarli ai cambiamenti climatici e mitigarne l’impatto.
Nei giorni scorsi, sul tema del caldo torrido che ha bruciato in partenza l’estate 2026 in tutta Europa, si sono dati battaglia, a suon di colpi da insolazione, i due poli (quasi) opposti del centrodestra italiano. Da una parte l’istituzionalissimo Presidente del Senato, Ignazio La Russa; dall’altra il generalissimo anti-sistema Roberto Vannacci. Il primo, nel solco della più classica tradizione negazionista, ha sostenuto che ci basterà pazientare qualche anno per non patire più l’afa, neanche con 50 gradi all’ombra, perché ci abitueremo al “clima tropicale”. L’altro, invece, ha sfoderato il fiore all’occhiello del suo programma politico, giocando con le vite dei migranti, secondo lui da far remigrare per poi sostituirli, nei lavori agricoli, con le macchine (come se il senso della presenza di donne e uomini stranieri in Italia risiedesse nel loro sfruttamento).
E ci sarebbe di che ridere per questo dotto confronto a distanza, se non fosse che la realtà scotta alla porta e nei campi si contano i morti. Come Thahar El Haddad, ucciso da un malore mentre raccoglieva angurie nella zona di Borgocarbonaro, nel mantovano. ma il bracciante originario del Marocco è purtroppo solo l’ultimo nome di una lunga lista. Sempre nell’area di Mantova, infatti, pochi giorni prima, Stefano Vicentini, agricoltore, era morto mentre si trovava sul proprio trattore, e un bracciante di 48 anni era stato colpito da un grave malore mentre era impegnato nella raccolta dei meloni, finendo in coma. Un bollettino di guerra, che ha spinto Michele Orezzi, segretario della Cgil di Mantova, a parlare senza mezzi termini di strage, perché “stiamo normalizzando il fatto che uno debba morire di lavoro in giornate in cui c'è un'allerta sanitaria: è una cosa che non sta né in cielo né in terra."
Più a sud, un’altra situazione esplosiva legata al mondo agricolo e al lavoro nei campi: la mancanza di acqua all’interno della baraccopoli di Borgo Mezzanone, il ghetto dei migranti impegnati nelle campagne pugliesi, tra Foggia e Manfredonia. Come sottolineato dal presidio locale della Flai, “la popolazione in crescita all’interno del ghetto e le temperature di questi giorni rendono necessario aumentare la fornitura d’acqua nel periodo estivo, garantendo il servizio per tutta la settimana”. In un quadro così grave, da Nord a Sud, le ordinanze anti-caldo adottate da molte regioni appaiono poco più che dei palliativi, se non accompagnate da serie politiche di contrasto alla crisi climatica in corso e di tutela dei diritti dei lavoratori. Vietare le attività all’aperto dalle 12,30 alle 16, infatti, non affronta il cuore di un problema che chiede una riflessione più ampia e radicale su modi e tempi della produzione agricola.
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D’altra parte, l’agricoltura è senza dubbio il settore più esposto agli effetti dei cambiamenti climatici e dei fenomeni estremi. L’impatto avviene lungo due direttrici, come sottolinea Domenico Ventrella, del Centro per la Ricerca e Sperimentazione in Agricoltura: “il riscaldamento atmosferico e l’incremento delle probabilità che si verifichino fenomeni estremi”. “L’aumento delle temperature”, spiega il ricercatore, “fa si che le colture passino da uno stadio di maturazione all’altro più velocemente e questo significa che hanno meno giorni per svilupparsi e quindi danno una resa minore, a fronte però di un bisogno di acqua che rimane invariato”. Ci sono poi gli imprevisti provocati dagli eventi estremi: “ondate di calore e gelate tardive disturbano sviluppo e maturazione delle colture, così come l’alternarsi di fasi di aridità con periodi di piogge intense può danneggiare i raccolti”. Ma come si può correre ai ripari di fronte a una situazione che non è certo passeggera? “Come tutte le attività antropiche”, spiega ancora Ventrella, “l’agricoltura può rispondere ai cambiamenti climatici in due modi: adattandosi e mitigando, di pari passo”. Adattamento significa, ad esempio, “selezionare varietà a ciclo più lungo, anticipare la semina, ottimizzare l’irrigazione”. La mitigazione, invece, richiede di agire sulle cause, andando a diminuire l’impronta ecologica dello stesso settore agricolo. Questo significa che ogni nuova coltura progettata deve essere “ad alta capacità di adattamento e di mitigazione”. Ma nella pratica è davvero così? Purtroppo no, perché si tratta di un cambio di paradigma che fa fatica ad imporsi, richiedendo uno sforzo economico, soprattutto in termini di formazione degli imprenditori agricoli e di acquisto di nuove tecnologie. Per questo motivo, secondo Ventrella, “è necessario andare nei territori e sostenere gli agricoltori, mettendogli a disposizione esperti che li aiutino a individuare le colture più adatte e ad ottimizzare il management della loro impresa agricola”. Un impegno che avrebbe bisogno di investimenti seri, da parte del Governo italiano, certo, ma anche da parte dell’Europa. Perché se c’è un’altra lezione che questo giugno rovente ha impartito è che nessuno si salva da solo. Il caldo disumano non è più un problema solo dei paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo, hot spot per eccellenza, ma investe anche l’Europa Centrale e lambisce quella del nord, dalla Francia al Belgio, passando per la Germania. Secondo quanto rivelato da molti studi, e sottolineato anche dall’OMS, il vecchio continente si scalda al doppio della velocità media del pianeta. Le prossime estati, dicono le previsioni, saranno sempre peggio. E noi non siamo pronti.
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