Pubblicato da Redazione
il 20/10/2026
Chi sono le donne e gli uomini che lavorano nelle campagne pugliesi? Quanti anni hanno e da doveprovengono? I dati INPS, elaborati dal CREA, aiutano a rispondere a queste domande e restituiscono un profilo preciso dell’odierno bracciantato pugliese.
Il profilo del bracciantato pugliese che viene fuori dai dati INPS racconta un’agricoltura in trasformazione, ancora fortemente dipendente dal lavoro manuale e stagionale, ma sempre più sostenuta da una manodopera straniera che ne rappresenta una componente strutturale. Diminuiscono gli occupati complessivi, ma aumentano le giornate lavorate, mentre cresce il peso della manodopera straniera, più giovane e fortemente concentrata nel lavoro stagionale e a tempo determinato.
Il primo elemento che emerge con particolare evidenza è la netta prevalenza del lavoro a tempo determinato. Nel 2024 gli operai agricoli dipendenti rilevati in Puglia sono complessivamente 154.197: 151.164 sono operai a tempo determinato (OTD), mentre appena 3.033 risultano occupati con un contratto a tempo indeterminato (OTI). Gli OTD rappresentano dunque circa il 98% dell’intero universo dei lavoratori agricoli dipendenti. All’interno di questa categoria rientra anche il cosiddetto lavoro stagionale. Si tratta, tuttavia, di un universo tutt’altro che omogeneo: comprende sia lavoratori che, nel corso dell’anno, raggiungono un numero elevato di giornate lavorate in agricoltura, sia persone che riescono a trovare occupazione soltanto per un numero molto limitato di giornate. Ma potrebbe, con molte probabilità, contenere anche persone che pur lavorando tutto l’anno, ad esempio in stalla, si vedono riconosciute formalmente solo un numero di giornate inferiore alla soglia oltre la quale scatta il contratto a tempo indeterminato.
Il secondo elemento di rilievo è la presenza strutturale di lavoratori stranieri. Gli ultimi dati disponibili, quelli del 2024 riportano la presenza di 42.761 gli operai agricoli stranieri in Puglia. Essi rappresentano circa il 27,7% del totale degli operai agricoli e provengono da un numero molto elevato di Paesi, con Romania, Albania e Marocco tra le principali nazionalità. La loro presenza è quasi per la metà localizzata nelle aree agricole del foggiano, mentre è interamente concentrata nel lavoro a tempo determinato: gli OTD stranieri sono infatti 42.485, mentre appena 276 risultano OTI.
Particolarmente significativo è anche il dato relativo alle giornate lavorate. Nel 2024 circa 13.000 lavoratori stranieri non raggiungono le 51 giornate lavorative annue, soglia utilizzata nelle elaborazioni CREA per individuare i lavoratori non aventi diritto alla contribuzione nella specifica classificazione. Si tratta di circa il 30,5% dei lavoratori stranieri, una quota sensibilmente superiore a quella rilevata tra gli italiani, che si attesta intorno al 22,7%. In un mercato del lavoro fortemente segmentato, gli stranieri occupano quindi le posizioni di maggiore precarietà. Per una parte di questi lavoratori, il reddito derivante dall’agricoltura deve essere di fatto integrato attraverso altre attività lavorative, spesso caratterizzate anch’esse da stagionalità: l’agricoltura rappresenta, in molti percorsi lavorativi, un settore di ripiego, nel quale si ricade quando vengono meno altre opportunità occupazionali.
La presenza straniera, infine, incide inoltre in modo significativo sulla struttura anagrafica e sulla composizione di genere del bracciantato pugliese. La presenza di lavoratori stranieri contribuisce al suo progressivo ringiovanimento. Tra gli operai agricoli italiani gli under 40 rappresentano circa il 33,8% del totale; tra i lavoratori stranieri la quota sale invece al 58%.
«È impossibile lavorare con questo caldo, si muore! Io il pomeriggio non torno al lavoro». Così risponde Ibrahima, il primo bracciante intervistato nell’ambito della campagna di ricerca condotta per indagare la condizioni di lavoro nelle campagne pugliesi quando si verificano le ondate di calore.
Ibrahima è senegalese, ha 43 anni e vive in Italia da 10. Non si sposta per seguire le raccolte, vive stabilmente nell’insediamento informale di Borgo Mezzanone, nel foggiano, dove riesce a lavorare tutto l’anno in agricoltura. È seduto davanti alla sua baracca. Sono le 16:00 di una giornata di fine luglio e il termometro segna 40°C. Le sue parole, pronunciate con la nettezza di chi sperimenta direttamente gli effetti delle elevate temperature, restituiscono, fin dal primo incontro, una delle principali evidenze emerse dalla ricerca: tra i lavoratori agricoli stranieri intervistati nelle campagne pugliesi, l’esperienza diretta dell’esposizione al caldo sembra precedere le disposizioni formali. A temperature prossime ai 40 °C, infatti, l’impossibilità di proseguire l’attività lavorativa sembra imporsi nella pratica quotidiana prima ancora del richiamo alle ordinanze e alle campagne di sensibilizzazione.
Questa esperienza diretta del rischio emerge anche dai racconti relativi alle conseguenze dell’esposizione al calore sui compagni di lavoro. In diversi casi, gli intervistati hanno riferito di episodi in cui altri lavoratori hanno accusato malori durante lo svolgimento dell’attività lavorativa in condizioni di elevata temperatura. I racconti, tuttavia, non consentono generalmente di ricostruire con precisione la natura o le cause dei malori descritti, che vengono ricondotti dagli stessi lavoratori, in termini generali, alle condizioni di caldo intenso.
Un ulteriore elemento rilevante emerso dall’analisi riguarda il livello di consapevolezza rispetto ai rischi da calore e alle misure predisposte per prevenirli e mitigarli. Come evidenziato anche dalle ricerche condotte nell’ambito di Worklimate, la conoscenza dei rischi e delle relative misure di prevenzione costituisce un presupposto fondamentale per la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. Dalle interviste emerge che la maggior parte dei braccianti pugliesi di origine straniera conosce l’ordinanza che dispone la sospensione delle attività lavorative nelle ore caratterizzate da maggiore esposizione al calore. Ma tra i lavoratori di più recente arrivo, la conoscenza delle misure appare meno consolidata. In questi casi, le barriere linguistiche, la limitata familiarità con il sistema normativo italiano e, soprattutto, l’urgenza di reperire un reddito possono incidere sulla possibilità di acquisire informazioni e tradurle in comportamenti di tutela.
La conoscenza delle ordinanze anti-caldo, tuttavia, non sembra tradursi automaticamente nel loro rispetto, più o meno totale. La decisione di interrompere, limitare o modificare l’attività lavorativa appare piuttosto come l’esito dell’interazione tra una pluralità di fattori, riconducibili tanto alle condizioni individuali quanto alle caratteristiche dei contesti lavorativi e territoriali. Tra questi assumono particolare rilevanza la condizione di vulnerabilità sociale ed economica in cui si vengono a trovare i braccianti di origine straniera, la pressione esercitata dai datori di lavoro, il livello di effettiva applicazione delle disposizioni da parte delle aziende, la frequenza dei controlli da parte degli enti ispettivi, i modelli di organizzazione del lavoro, gli specifici indirizzi colturali, nonché le condizioni ambientali e territoriali.
Dalle interviste ai lavoratori è emerso che diverse cause possono favorire il mancato rispetto, totale o parziale, delle ordinanze, trasversalmente ai diversi contesti territoriali. Una prima causa può essere ricondotta alla necessità, da parte delle aziende, di completare in tempi stretti alcune operazioni colturali, come, ad esempio, le raccolte. Ciò può
determinare infrazioni che non assumono carattere sistematico, ma si configurano piuttosto come episodi puntuali.
Un lavoratore di origine marocchina, intervistato nel corso della ricerca, ha raccontato che proprio in quella giornata aveva lavorato fino alle 14.00, poiché era necessario completare la raccolta dei teli di pacciamatura da un terreno. Sollecitato sul tema del caldo, ha risposto di essere abituato a lavorare in quelle condizioni e ha dichiarato che a Nardò, lungo il litorale, fosse possibile lavorare anche nelle ore più calde della giornata grazie alla presenza del vento, che rende le condizioni più sopportabili rispetto ad altre aree agricole pugliesi.
La possibilità di ottimizzare i tempi della giornata lavorativa e, al contempo, di massimizzare il guadagno incentiva i lavoratori, in accordo con le aziende, a lavorare anche nelle ore di maggiore calore, eludendo così le disposizioni previste dalle ordinanze. «La stagione dura solo tre mesi, quando va bene», ed è in questo periodo che si accumula una parte molto importante del guadagno annuale di un bracciante.
La quasi totalità dei lavoratori intervistati dichiara di essere formalmente in possesso di un regolare contratto di assunzione. La regolarità contrattuale, tuttavia, non coincide necessariamente con quella del rapporto di lavoro. La particolare forma del contratto per i lavoratori agricoli dipendenti a tempo determinato (OTD), che prevede la registrazione delle giornate effettivamente prestate nel mese successivo, può infatti favorire l’occultamento di forme diverse di irregolarità, rendendo particolarmente difficili i controlli effettuati a posteriori.
Un lavoratore riferisce, ad esempio, che durante la vendemmia, nelle campagne del Brindisino, sarebbe frequente la pratica di procedere ad un’assunzione formalmente regolare senza registrare le giornate effettivamente lavorate. Queste ultime verrebbero contabilizzate soltanto nell’eventualità di un controllo da parte degli organi ispettivi; in assenza di verifiche, il mese successivo non risulterebbe alcuna prestazione lavorativa e la retribuzione maturata verrebbe corrisposta in nero, con la conseguente elusione degli obblighi contributivi. Altrettanto diffusa risulterebbe la registrazione di un numero di giornate inferiore a quelle realmente prestate, dando luogo a forme di lavoro cosiddetto grigio.
La presenza di un contratto formalmente regolare può, inoltre, celare il ricorso a forme di retribuzione e organizzazione del lavoro a cottimo. Sebbene il CCPL (contratto collettivo provinciale di lavoro) di Lecce non preveda più da alcuni anni tale modalità, alla quale era associata anche una specifica maggiorazione salariale, aziende dell’area di Nardò vi ricorrerebbero sistematicamente per la raccolta delle angurie e dei pomodori. Nel caso delle angurie, i lavoratori si organizzano in squadre di nove o dodici persone che lavorano insieme mantenendo gli stessi ritmi. La quantità raccolta nell’arco della giornata, espressa in quintali, di ogni singola squadra viene annotata al momento della pesatura presso il magazzino di conferimento.
Secondo la testimonianza raccolta, tale rilevazione verrebbe appuntata su una scheda «che non esiste, che scompare se arrivano i controlli». La retribuzione viene quindi poi determinata su base settimanale, in funzione dei quintali complessivamente raccolti da ogni singola squadra. In pratica, più si raccoglie e più si guadagna. Questa dinamica è molto diffusa anche tra i lavoratori di Borgo Mezzanone e Torretta Antonacci impiegati nella raccolta dei pomodori. A prima vista, potrebbe dunque apparire come un sistema fondato su una convergenza di interessi.
Il lavoro a cottimo entra in evidente tensione con le indicazioni per la prevenzione dello stress termico diramate dal Ministero del Lavoro, che prevedono, tra le altre misure, pause regolari conteggiate ai fini della retribuzione, da effettuarsi in aree ombreggiate. Nel lavoro a cottimo, tuttavia, il tempo trascorso in pausa non contribuisce alla quantità di prodotto raccolto e, di conseguenza, alla remunerazione. La struttura stessa dell’incentivo economico può pertanto scoraggiare il ricorso alle pause, inducendo i lavoratori a limitarle al minimo indispensabile o a
rinunciarvi del tutto, anche in presenza di condizioni di elevato stress termico. Anche l’organizzazione del lavoro in squadre appare difficilmente conciliabile con l’indicazione di ridurre l’intensità fisica delle attività durante lo svolgimento delle mansioni e, soprattutto, può ostacolare l’applicazione del cosiddetto «sistema del compagno», che prevede che i lavoratori si controllino reciprocamente per individuare tempestivamente i primi segnali di malessere.
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