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il 04/08/2026
Mangiare sano è sempre più costoso. Secondo la FAO, tra il 2021 e il 2025, il costo di una dieta sana è cresciuto del 25% a livello globale e addirittura del 36% in Europa. A spingere in alto i prezzi sono anche politiche pubbliche poco lungimiranti, che continuano a favorire la produzione di cereali (per due/terzi destinati a diventare mangimi) e gli allevamenti (in gran parte intensivi), a discapito di modelli agricoli e produttivi più differenziati e di frutta e verdura. Il tutto, in un quadro che resta allarmante in termini di povertà alimentare, con oltre 600 milioni di persone nel mondo che soffrono la fame.
Lo si impara fin da bambini: una dieta sana prevede il consumo di congrui quantitativi di frutta e verdura (5 porzioni al giorno, circa 400 grammi in totale, secondo l’OMS), mentre andrebbero limitati gli alimenti ricchi di zuccheri (sotto il 10% dell’apporto calorico quotidiano), grassi saturi (sotto il 30%) e sale (meno di 5 grammi al giorno). O forse bisognerebbe parlare al passato, lo si imparava, visto che ad inizio 2026, l’amministrazione Trump ha pensato bene di mettere mano anche alla piramide alimentare, ribaltandola: più proteine di origine animale e soprattutto riabilitazione dei grassi saturi (mentre resta invariato il contrasto ai cibi processati e agli zuccheri aggiunti). Come prevedibile, le nuove Dietary Guidelines for Americans 2025-2030, pubblicate congiuntamente dal Department of Health and Human Services e dal Department of Agriculture, hanno fatto e stanno facendo discutere. In particolare, è abbastanza evidente la distanza con ricerche e studi di organismi internazionali. La FAO, ad esempio, nel recente rapporto The State of Food Security and Nutrition in the World 2026 certifica che, nei paesi ricchi (il blocco Nord America, Europa e Oceania), cereali e proteine animali rientrano nella fascia di costo più bassa in 7 casi su 10, mentre frutta e verdura finiscono più spesso in quella più cara. Una fotografia che riflette dove sono diretti i sussidi pubblici: a livello globale, il 70% del sostegno alla produzione agricola va a cereali, zucchero, latte, carne bovina e oli, lasciando indietro proprio i gruppi alimentari che le stesse agenzie ONU indicano come cardine di una dieta sana. Ed è un contrasto che vale la pena approfondire.
Partiamo dal quadro di apertura che le statistiche FAO tracciano: quello di un mondo in cui la fame è ancora un problema molto grave. Nel 2025, il 7,8% della popolazione mondiale ha sofferto la fame, cioè oltre 600 milioni di persone. In numeri assoluti, si registra un calo (14 milioni in meno rispetto al 2024, 43 milioni in meno rispetto al 2022) ma il dato resta però sopra i livelli pre-pandemia del 2019, e in termini assoluti sopra il 2015. Quindi, da quando è partita l'Agenda 2030, le persone che soffrono la fame sono aumentate di circa 50 milioni, anche se la percentuale sulla popolazione mondiale è scesa. Le differenze regionali restano marcate. Per la prima volta l'Africa ospita il numero più alto di persone affamate al mondo: 309 milioni, (20% della popolazione del continente), contro i 292 milioni dell'Asia (6% del totale). A questo si somma l'insicurezza alimentare più ampia, che riguarda oltre 2 miliardi di persone, cioè circa il 25% della popolazione mondiale. Il fenomeno resta sistematicamente più diffuso nelle aree rurali che in quelle urbane, e più frequente tra le donne che tra gli uomini. Le proiezioni al 2030, purtroppo, non promettono una svolta: tra 510 e 520 milioni di persone continueranno a soffrire la fame, oltre la metà delle quali in Africa, mancando così l'obiettivo "fame zero" fissato dall'Agenda 2030.
Leggi il nostro report sulla povertà alimentare a Roma – Quartiere Tufello
La chiave di tutto è abbastanza semplice da individuare: il cibo, soprattutto quello sano, che consentirebbe di avere un’alimentazione adeguata, costa troppo e per molte persone è inaccessibile. Ed è sempre la FAO a quantificare quel troppo. Nel 2025, il costo di una dieta sana è salito a 4,28 dollari al giorno a livello globale, con un aumento del 25% rispetto al 2021 - in Europa addirittura del 36%. Questo ha reso l’alimentazione corretta, economicamente fuori portata per 2,7 miliardi di persone, cioè un terzo della popolazione mondiale (che diventano addirittura due terzi in Africa). Un’emergenza che interessa anche i paesi dove la fame è un problema meno diffuso ma dove emergono altre questioni, come il diffondersi dell’obesità, sia adulta che infantile.
Il costo di una dieta sana non dipende da un'unica causa, ma da un intreccio di fattori strutturali che il report FAO isola uno per uno.
Anche la guerra incide sul costo del carrello della spesa
Quindi, tra i fattori che spiegano il costo elevato di una dieta sana, ci sono anche le politiche pubbliche, che anzi occupano un posto di rilievo, perché non determinano solo quanto costa il cibo, ma quale cibo costa poco e quale costa tanto. A livello globale, come anticipato, il 70% del sostegno alla produzione agricola va a cereali, zucchero, latte, carne bovina e oli, lasciando indietro proprio i gruppi alimentari che le agenzie ONU indicano come cardine di una dieta sana: frutta, verdura, legumi. La FAO, analizzando le politiche agricole registrate nel mondo attraverso il database FAPDA, arriva a una diagnosi netta: c'è uno scollamento strutturale tra dove va il sostegno pubblico e dove servirebbe davvero. Le politiche si concentrano quasi esclusivamente sulla produzione primaria di pochi prodotti, trascurando la parte della filiera dove si forma la maggior parte del prezzo finale, cioè trasporto, lavorazione, logistica e commercio all'ingrosso che assorbono tra il 70% e il 75% di quello che il consumatore paga (circa il 40% dei costi complessivi si accumulano solo nella fase intermedia, tra produzione e vendita). Nel blocco Europa-Nord America-Oceania, ad esempio, cereali e alimenti di origine animale rientrano nella fascia di costo più bassa in circa 7 casi su 10, mentre frutta e verdura finiscono più spesso in quella più cara. Una fotografia coerente con la destinazione dei sussidi appena descritta.
Più nel dettaglio, in Europa, questo si traduce in un dato concreto già accennato: tra il 2021 e il 2025 il costo di una dieta sana è cresciuto del 36%, contro una media globale del 25%. Un divario che Politico, in un recente articolo, ha messo in relazione diretta con le scelte di politica agricola dell'Unione. I sussidi europei, infatti, continuano a sostenere soprattutto cereali, allevamenti intensivi e mangimi, lasciando frutta, verdura e legumi comparativamente più cari da produrre. Che questo squilibrio non sia in via di correzione lo conferma la stessa riforma della PAC in corso di negoziazione. La proposta per il periodo 2028-2034, da 294 miliardi di euro, ha ricevuto un giudizio durissimo dalla Corte dei Conti europea, che denuncia un'architettura normativa frammentata, una governance debole priva di obiettivi ambientali misurabili e l'assenza di un tracciamento efficace dei fondi fino al singolo beneficiario. Senza questi correttivi, il rischio è che la nuova PAC perpetui esattamente lo squilibrio segnalato dalla FAO: sussidi concentrati su pochi comparti, senza una regia che li orienti verso i gruppi alimentari più cari e meno sostenuti.
Leggi l’approfondimento sulla bocciatura della PAC da parte della Corte dei Conti
Di fronte a questo quadro, la FAO non si limita a diagnosticare il problema ma indica anche precise leve di intervento, scegliendo il criterio della diversificazione regione per regione. Gli interventi si muovono lungo due assi complementari: espandere l'offerta dei generi alimentari più cari e ridurre i costi strutturali lungo la filiera.
Per quanto riguarda la prima linea, tutto passa attraverso la produttività agricola. La ricerca e lo sviluppo vanno orientati verso frutta, verdura e legumi e non più concentrati sui cereali come accade oggi. Inoltre, perché i guadagni di produttività si traducano in prezzi più bassi, servono però sistemi abilitanti che permettano alle innovazioni di arrivare fino al campo. A questo si aggiunge la riduzione delle perdite post-raccolta, il principale intervento sistemico per aumentare l'offerta globale di cibo, e la riallocazione della produzione. In tema di riduzione dei costi strutturali, invece, secondo la FAO bisogna puntare dove si forma la maggior parte del prezzo finale, cioè trasporti, lavorazione, logistica, commercio all'ingrosso, che assorbono il 70-75% di quello che paga il consumatore. Qui rientrano gli investimenti in infrastrutture di trasporto (che riducono i tempi di consegna e gli sprechi), le catene del freddo, e la riduzione dei costi di input come energia e manodopera, particolarmente rilevanti per frutta, verdura, legumi e alimenti di origine animale, che sono meno automatizzabili rispetto ai cereali.
Il modello di equilibrio economico usato dalla FAO per simulare l'impatto delle politiche stima che uno shock di efficienza tecnologica del 10% su frutta e verdura produrrebbe una riduzione del 7,54% nel costo relativo di una dieta sana a livello globale. Anche i sussidi, se ben indirizzati, contano: un sussidio del 10% alla produzione primaria riduce il costo della dieta sana dell'8% in America Latina e Caraibi e del 7,5% in Nord America, Europa e Oceania. Al contrario, i sussidi generalizzati su prodotti già economici come i cereali (la scelta politica prevalente oggi) producono benefici trascurabili e, in alcuni casi, un lieve aumento del costo complessivo, perché sottraggono risorse produttive ad altri comparti della filiera.
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