Il clima che costa

Pubblicato da Redazione

il 20/10/2026

Questo è un estratto dal nostro rapporto "Il cibo scotta - Gli effetti della crisi climatica su lavoro, agricoltura e filiere" che puoi scaricare gratuitamente cliccando qui.


Quanto costa il clima alle imprese?

Bastano tre giorni per misurare cosa significhi, in concreto, “rischio climatico” per un’impresa agricola. Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto 2026 l’Italia si è trovata divisa in due: al Nord, 192 grandinate di eccezionale intensità — con chicchi fino a 10 centimetri di diametro — hanno colpito migliaia di ettari coltivati a mais, pomodori, cocomeri e
barbabietole, distruggendo in pochi minuti mesi di lavoro e di investimenti; al Sud gli incendi, alimentati da caldo e siccità, hanno bruciato quasi 22.000 ettari tra boschi e terreni agricoli, con danni stimati in Sardegna già attorno ai 10 milioni di euro. Nel Tarantino il caldo estremo ha fatto perdere fino al 60% del raccolto di cocomeri.
.
Centinaia di milioni di euro persi in una manciata di giorni restituiscono la dimensione reale, e ricorrente, del fenomeno. Le stime disponibili concordano su un punto: l’agricoltura è, tra i settori economici, uno dei più esposti al cambiamento climatico, con un impatto molto più marcato di quello osservato sull’economia nel suo complesso. Nel report Analisi del Rischio. I cambiamenti climatici in Italia del CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) è riportato che, con un innalzamento delle temperature tra 2°C e 4°C, il valore perso di produzione agricola in Italia si collocherebbe rispettivamente tra 12,5 e 30 miliardi di euro; nello scenario più severo, la perdita di PIL pro capite legata al clima potrebbe superare il 2,5% già nel 2050 e arrivare al 7-8% a fine secolo.

Letti nel loro insieme, gli studi disponibili raccontano una trasformazione precisa. Il cambiamento climatico non produce un unico costo, ma almeno due. Da un lato aumenta i danni alle produzioni — attraverso siccità, grandinate, alluvioni e ondate di calore —; dall’altro obbliga le imprese a sostenere nuovi investimenti per adattarsi. Il problema non è soltanto quanto costi il clima, ma chi abbia le risorse economiche per affrontare questi costi senza compromettere la propria sostenibilità.

Un secondo filone di ricerca, condotto sulle province italiane, misura invece l’effetto della temperatura sul valore aggiunto agricolo per lavoratore — un indicatore di produttività, non solo di resa. La relazione non è lineare: superata una certa soglia, l’aumento delle temperature riduce il valore aggiunto per lavoratore, con un effetto più intenso proprio nelle province a basso reddito del Mezzogiorno. Le proiezioni al 2100 stimano un impatto medio del -9% nello scenario intermedio (RCP4.5), che può arrivare al 22-35% nello scenario più severo (RCP8.5, oggi considerato poco probabile). Lo stesso studio nota che l’effetto della temperatura sul PIL pro capite nazionale, al contrario, resta contenuto e non mostra differenze robuste tra province ricche e povere: è l’agricoltura, non l’economia nel suo insieme, a pagare il prezzo più alto.

Una vulnerabilità non lineare e diseguale

Nessuno di questi effetti è uniforme. Una revisione di 44 studi scientifici pubblicati tra il 2000 e il 2022 mostra che il cambiamento climatico può produrre, nel breve periodo, effetti anche positivi su alcune colture e in alcuni territori — un allungamento della stagione vegetativa, una riduzione dei danni da gelo — ma che nel medio-lungo periodo prevalgono gli effetti negativi. Il reddito degli agricoltori dipende non solo dalla variazione delle rese, ma dalla frequenza di eventi estremi (un aspetto che gli studi disponibili tendono a non studiare) e dalla capacità di adattamento, che a sua volta ha un costo.

È una vulnerabilità che si somma alle diseguaglianze esistenti più che crearne di nuove: le stesse fonti che misurano l’impatto sul valore aggiunto per lavoratore indicano che il cambiamento climatico rischia di accentuare il divario tra Nord e Sud, penalizzando le aree già più calde e già più dipendenti dall’agricoltura. E dentro ogni territorio, a fare la differenza è spesso la dimensione dell’impresa: le misure di adattamento più efficaci — irrigazione automatizzata, agricoltura di precisione, reti di protezione — richiedono investimenti che le aziende medio-grandi possono sostenere più facilmente, mentre quelle piccole si affidano più spesso al lavoro familiare, al contoterzismo o a servizi di consulenza esterna. In molti casi, la disponibilità di incentivi pubblici — PAC, PNRR — non è un elemento accessorio ma una condizione strutturale perché l’investimento diventi
conveniente, specie per le aziende medio-piccole.

Il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), del resto, ammette implicitamente questo limite. Per l’agricoltura individua 28 misure di adattamento specifiche su un totale di 361 misure censite a livello nazionale: 23 appartengono alla categoria “soft” — conoscenza, formazione, consulenza, governance del rischio — mentre solo cinque comportano un investimento vero e proprio, quattro infrastrutturali e uno basato su soluzioni ecosistemiche. Sulla carta, insomma, il piano c’è; a mancare, per la maggior parte delle misure, è ancora il finanziamento che le renda praticabili.

Il rischio, quindi, non è soltanto climatico. È anche economico e istituzionale: senza adeguati strumenti finanziari, molte misure di adattamento rischiano di rimanere sulla carta, soprattutto per le aziende di minori dimensioni.


Fonti:

  1. Banca d’Italia, Climate Change and Italian Agriculture: Evidence from Weather Shocks, Questioni di Economia e
    Finanza n. 756, aprile 2023
  2.  https://quifinanza.it/lifestyle/food-economy/agricoltura-costi-emergenza-maltempo/1009577/
  3. Pulighe et al., Climate change impact on yield and income of Italian agriculture system: a scoping review, «Agricultural and Food Economics», 2024
  4. Olper, Maugeri, Manara, Raimondi, Weather, climate and economic outcomes: Evidence from Italy, «Ecological
    Economics», 2021.

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