Pubblicato da Redazione
il 29/09/2026
El Nino, fenomeno climatico del Pacifico tropicale è tornato in azione e sembra promettere un inverno mite e piovoso in Italia e in gran parte dell’Europa. Ma è davvero così? Certamente El Nino ha effetti indiretti anche a migliaia di chilometri di distanza, ma prevederli con precisione, ad oggi, non è possibile. Quello che invece si può affermare con ragionevole sicurezza scientifica è che El Nino e il riscaldamento globale sono fenomeni i cui effetti si sommano, aumentando la probabilità che si verifichino eventi climatici estremi.
Correva l’anno 1997 e, per la prima volta, i media italiani si occupavano in modo massiccio e generalizzato de El Niño, fenomeno climatico del Pacifico tropicale in grado di riversare i suoi effetti in gran parte del globo, direttamente o indirettamente. In quell’anno, infatti, l’Oceano Pacifico nella fascia tropicale si riscaldò a livelli eccezionali, dando vita a quello che fu ribattezzato “El Niño del secolo”. Condizioni analoghe (sotto alcuni aspetti anche peggiori) si sono poi verificate nuovamente circa 20 anni dopo, nel 2015, con il cosiddetto Super El Niño. Oggi, che di anni ne sono passati altri 10, siamo in una situazione analoga: El Niño è tornato ad attirare l’attenzione e a presidiare il flusso delle news. Cosa sta succedendo? Ancora una volta, un riscaldamento record, che polverizza i precedenti. Dei possibili effetti sul clima europeo di questo innalzamento si sta dicendo e scrivendo molto, spesso facendo confusione. C’è, ad esempio, chi dice che El Nino eccezionalmente caldo si tradurrà in un inverno molto freddo per il vecchio continente, e chi scommette, invece, all’opposto, su un dicembre e gennaio particolarmente miti. La verità, stavolta, non sta nel mezzo ma nella chiarezza. E soprattutto sta nel non lasciarsi prendere la mano dalla voglia di fare vaticini, limitandosi invece a stare sui dati scientifici. Proviamoci, partendo dalla base. O anche da un po’ prima.
Perché per capire bene che cos’è El Niño è opportuno partire dalla cornice di cui fa parte, cioè l’ENSO (El Niño–Southern Oscillation), il fenomeno climatico che descrive l’interazione tra acqua (oceano) e aria (atmosfera) nel Pacifico tropicale.
L’ENSO si compone di tre condizioni principali:
Non si tratta quindi di tre fenomeni distinti, ma di diverse fasi dello stesso ciclo climatico, l’ENSO appunto.
Ma scendiamo ancora un po’ nel dettaglio.
Il ciclo ENSO non segue un calendario fisso. Le sue diverse fasi si alternano generalmente nell’arco di alcuni anni, ma con durata e intensità variabili. Un episodio di El Niño o La Niña può durare diversi mesi e, in alcuni casi, protrarsi per circa un anno o più. Tra un episodio e l’altro può esserci una fase neutrale.

Veniamo ora alle conseguenze di questo fenomeno. Gli effetti di El Niño si manifestano innanzitutto nelle aree tropicali, dove il riscaldamento del Pacifico centrale e orientale modifica la distribuzione delle piogge e delle aree soggette a siccità. In Sudamerica, per esempio, gli studi basati sulle osservazioni della portata dei fiumi mostrano che durante gli episodi di El Niño aumenta sensibilmente il rischio di inondazioni nel bacino del Río de la Plata e il rischio di siccità nel bacino amazzonico. A livello globale, gli anni caratterizzati da El Niño sono inoltre associati a un aumento di eventi climatici estremi, anche se gli effetti variano molto da una regione all’altra. Inoltre, El Niño influenza anche l’attività dei cicloni tropicali, tendendo a ridurre la formazione degli uragani nell’Atlantico e ad aumentarne l’attività nel Pacifico, oltre che modificando le condizioni atmosferiche che favoriscono lo sviluppo e il percorso di questi fenomeni. Il forte riscaldamento del Pacifico contribuisce infine ad aumentare la temperatura media globale, rendendo più probabile che gli anni caratterizzati da El Niño raggiungano valori termici particolarmente elevati.
Ci sono poi gli effetti a distanza, che possono arrivare anche in Europa, propagandosi attraverso onde atmosferiche. In questo caso, però, il legame è più debole e complesso e non si può parlare in termini di certezze ma di aumento delle probabilità. El Niño, infatti, non determina direttamente il tempo atmosferico di una singola giornata o di una singola stagione ma può modificare la probabilità che si verifichino determinate condizioni di venti e pressione atmosferica. Per questo motivo, alcuni episodi di El Niño, soprattutto quelli più intensi, sono stati associati a una maggiore probabilità di inverni europei più miti e a una riduzione delle occasioni di neve alle basse quote. Il rapporto, però, non è automatico, perché la risposta dell’atmosfera europea cambia da un episodio all’altro e dipende anche dalle condizioni presenti contemporaneamente negli altri oceani e nell’atmosfera.
Per chiarire ancora meglio la questione degli effetti di El Nino, può essere utile analizzare più da vicino cosa accadde a livello globale nei due precedenti storici già citati in apertura.

Quanto detto finora rende evidente come El Niño sia un fenomeno naturale e non una conseguenza del cambiamento climatico di origine antropica. Il suo ciclo fa parte della variabilità naturale del sistema climatico e si verifica da migliaia di anni. Il riscaldamento globale, però, si sovrappone a questa variabilità e può modificarne gli effetti. Durante un episodio di El Niño, infatti, il calore accumulato nell’oceano viene in parte trasferito all’atmosfera, contribuendo temporaneamente ad aumentare la temperatura media globale. Questo può rendere un determinato anno eccezionalmente caldo, ma non significa che El Niño sia responsabile della tendenza al riscaldamento osservata sul lungo periodo.
Il rapporto tra questo fenomeno e i cambiamenti climatici funziona soprattutto in un’altra direzione: un pianeta più caldo può amplificare alcuni effetti di El Niño. Un’atmosfera e un oceano più caldi, infatti, contengono più energia e più umidità, condizioni che possono rendere più intensi alcuni eventi estremi associati proprio a El Niño, come ondate di calore e precipitazioni intense. Non ci sono invece ancora sufficienti dati scientifici per affermare che il riscaldamento globale stia rendendo El Niño più frequente o più intenso.
In altre parole, El Niño non è una causa del cambiamento climatico, ma una naturale oscillazione climatica che oggi si manifesta all’interno di un sistema già più caldo. È questa sovrapposizione tra variabilità naturale e riscaldamento antropico che può contribuire a produrre alcuni degli anni e degli eventi climatici più estremi.
Veniamo all’oggi, di cui tutti stanno parlando. A partire dalla primavera 2026, il Pacifico è entrato in una nuova fase di El Niño. Secondo il Climate Prediction Center della NOAA, a settembre 2026 l'indice Niño 3.4 ha raggiunto +1,8 °C nella media di agosto, mentre le anomalie delle acque superficiali superavano +3 °C nel Pacifico equatoriale orientale. Le condizioni atmosferiche osservate confermano che si tratta di un episodio ENSO pienamente sviluppato, destinato a rafforzarsi nei prossimi mesi. La NOAA, infatti, stima:
La WMO, invece, prevede a sua volta:
C'è poi un elemento che rende il 2026-2027 particolarmente interessante ed è il contesto climatico nel quale El Niño si sta verificando, molto diverso da quello degli eventi del 1997-1998 e del 2015-2016. Infatti, la temperatura media globale è più alta e gli oceani sono più caldi. Questo, come detto, non significa che il cambiamento climatico abbia necessariamente reso El Niño più intenso o più frequente. Significa però che gli effetti di un El Niño molto forte si sommano oggi a un livello di temperatura di fondo più elevato. Il risultato può essere un aumento del rischio di eventi climatici estremi, soprattutto quando El Niño si sovrappone a condizioni locali già favorevoli a caldo, siccità o precipitazioni intense. Le prime osservazioni del 2026 mostrano proprio questa sovrapposizione. Copernicus, il programma di osservazione della Terra dell'Unione Europea, ha rilevato che agosto 2026 è stato, insieme a luglio 2023, il mese più caldo mai registrato a livello globale, mentre la temperatura superficiale degli oceani extratropicali ha raggiunto un nuovo record (sempre ad agosto). Secondo il Copernicus Climate Change Service, questo risultato riflette sia il riscaldamento globale di fondo sia il forte El Niño in sviluppo nel Pacifico.
E l'Europa? Le prime previsioni stagionali, sempre firmate Copernicus, indicano, per l'inverno 2026-2027, una probabilità superiore alla media di temperature miti su gran parte del continente e di precipitazioni sopra la media in molte aree. È però importante non attribuire automaticamente questo scenario a El Niño. Le previsioni stagionali tengono infatti conto di molti fattori atmosferici e oceanici e la relazione tra ENSO ed Europa è meno stabile di quella osservata in altre regioni del mondo. La stessa analisi ECMWF 8 European Centre for Medium-Range Weather Forecasts) mostra che la risposta europea agli episodi di El Niño varia sensibilmente da un evento all'altro.
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