Pubblicato da Redazione
il 20/10/2026
Per chi lavora all’aperto, il cambiamento climatico non è una teoria: è una condizione di lavoro. Agisce sul corpo, modifica la capacità di svolgere le mansioni, aumenta il rischio di malattie e infortuni. Non è qualcosa che accadrà: è ciò che succede nella vita quotidiana di ogni agricoltore, di ogni bracciante. Prima ancora di tradursi in una perdita di raccolto, in un aumento dei costi di produzione o in una riduzione della redditività delle imprese, il cambiamento climatico si manifesta come fatica, disidratazione, perdita di concentrazione e maggiore rischio di infortunio.
È da qui che occorre partire per comprendere come il clima stia trasformando il lavoro agricolo. I braccianti e i lavoratori agricoli — soprattutto quelli in condizione di maggiore fragilità — sono tra i gruppi professionali più esposti. Svolgono attività fisicamente impegnative, spesso sotto il sole, in luoghi dove è difficile trovare riparo e dove non sempre è possibile interrompere o rinviare le lavorazioni: un raccolto maturo non aspetta che passi l’ondata di calore. A differenza di molti altri settori produttivi, l’agricoltura non può semplicemente spostare il lavoro al chiuso o rinviarlo a giorni migliori. I tempi biologici delle colture e degli allevamenti continuano a dettare il calendario della produzione anche quando le condizioni climatiche diventano proibitive. È questa dipendenza dai cicli naturali a rendere il lavoro agricolo uno dei più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico. A questi elementi si aggiungono la stagionalità, la diffusione di rapporti di lavoro discontinui o informali, la scarsa conoscenza dei rischi e, in alcuni casi, condizioni abitative che accentuano l’affaticamento invece di consentire il recupero.
Che il caldo non possa più essere considerato un evento eccezionale lo dimostra anche l’evoluzione del quadro amministrativo. Negli ultimi anni il tema sta entrando nelle politiche di prevenzione della salute e sicurezza sul lavoro.
Con la nota 12 del 6 luglio 2026, l’Ispettorato Nazionale del Lavoro ha ribadito che il rischio da stress termico deve essere oggetto di una specifica valutazione da parte del datore di lavoro nell’ambito del Documento di valutazione dei rischi (DVR), come previsto dal d.lgs. 81/2008, e ha disposto che, durante i controlli estivi nei settori maggiormente esposti – tra cui l’agricoltura –, gli ispettori verifichino l’effettiva adozione delle misure organizzative e preventive necessarie:
La nota dell’Ispettorato non nasce nel vuoto: si inserisce in un percorso che a livello europeo procede nella stessa direzione. Dalla Direttiva Quadro 89/391/CEE del 1989 — recepita in Italia con il d.lgs. 81/2008, e che stabilisce l’obbligo generale di valutare e prevenire i rischi sul lavoro senza nominare esplicitamente il clima — si è passati alle linee guida EU-OSHA (Agenzia Ue per la sicurezza e la salute sul lavoro) “Heat at Work” del 2023, poi a uno studio di previsione dedicato agli scenari dei prossimi decenni (2024-2026) e a uno studio del Parlamento Europeo (2025) che raccomanda l’introduzione di uno strumento normativo specifico sul rischio da calore. Nel marzo 2025 la Confederazione Europea dei Sindacati ha chiesto formalmente una direttiva europea dedicata.
Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), i principali rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori comprendono il calore eccessivo, le radiazioni ultraviolette, gli eventi meteorologici estremi, il peggioramento della qualità dell’aria, la diffusione delle malattie provocate da virus e la maggiore esposizione ai prodotti agrochimici. Le dimensioni del fenomeno sono globali. L’OIL stima che 2,41 miliardi di lavoratori — il 70,9% della forza lavoro mondiale — siano esposti ogni anno a calore eccessivo, cui vengono attribuiti 22,85 milioni di infortuni sul lavoro, 18.970 decessi e 2,09 milioni di anni di vita persi per morte prematura o disabilità.
Tra i diversi rischi climatici, il calore è quello maggiormente studiato e per il quale esistono le evidenze più solide anche nel contesto italiano. Il rischio non dipende soltanto dalla temperatura dell’aria, ma dall’interazione tra condizioni ambientali, umidità, ventilazione, esposizione al sole, intensità dello sforzo fisico, abbigliamento e caratteristiche individuali. Età, stato di salute, capacità di acclimatazione, alimentazione e idratazione modificano
significativamente la risposta del corpo.
Nei casi più gravi lo stress termico provoca danni permanenti o la morte. C’è poi un effetto meno visibile e altrettanto pericoloso. Il caldo erode la concentrazione, la rapidità di reazione, la coordinazione. La stanchezza e la disidratazione aumentano la probabilità di sbagliare una manovra, usare male un macchinario, cadere, non accorgersi in tempo di un pericolo. Il rapporto tra calore e lavoro non è quindi soltanto sanitario: l’aumento della temperatura modifica direttamente anche il rischio di infortunio. È una relazione che in Italia è stata misurata.
Lo studio più ampio disponibile per il nostro Paese ha analizzato 150.422 denunce di infortunio agricolo registrate dall’INAIL tra il 2014 e il 2018, mettendole in relazione con le temperature medie giornaliere rilevate nei comuni italiani attraverso i dati Copernicus ERA5-Land. L’analisi comprende tutti gli 8.068 comuni e distingue gli effetti secondo età, qualifica professionale, mansione e durata dell’assenza dal lavoro.
Nel periodo osservato sono stati stimati complessivamente circa 2.050 infortuni attribuibili al calore: una media di 410 all’anno. Quando la temperatura si colloca tra il settantacinquesimo e il novantanovesimo percentile della distribuzione locale, il rischio complessivo di infortunio aumenta del 13%. Durante le ondate di calore — definite come almeno tre giorni consecutivi con temperature superiori al novantesimo percentile della stagione calda — il rischio è superiore del 6% rispetto agli altri giorni; lo studio attribuisce 608 infortuni direttamente alle ondate di calore nei cinque anni esaminati.
L’impatto, però, non si distribuisce in modo uniforme. L’incremento del rischio raggiunge il 23% tra i lavoratori di età compresa tra i 15 e i 34 anni, il 25% tra i lavoratori occasionali e il 15% tra gli autonomi. Il bracciante morto a Stagno Lombardo il 2 agosto 2026 apparteneva certamente alla prima di queste categorie: aveva diciannove anni. Le indagini dovranno stabilire le cause del decesso, e nessun dato statistico può dire cosa sia accaduto in quel campo. Ma la statistica indica con chiarezza che proprio tra i lavoratori più giovani il rischio associato alle alte temperature cresce in misura significativa.
I dati disponibili presentano però un limite particolarmente rilevante per il settore agricolo: le statistiche INAIL comprendono soltanto gli infortuni denunciati e riferiti a rapporti di lavoro registrati. Restano quindi esclusi i lavoratori irregolari e gli eventi che non vengono denunciati. Tenendo conto dei numeri dei braccianti irregolari impiegati nelle campagne, la sottostima è molto elevata e riguarda proprio la parte della popolazione lavorativa che può essere maggiormente esposta: persone con minore potere contrattuale, scarsa conoscenza dei propri diritti, ridotta possibilità di interrompere il lavoro o di segnalare una condizione pericolosa. Detto altrimenti: più un lavoratore è vulnerabile, meno probabilità c’è che il suo infortunio compaia nei dati che usiamo per misurare la vulnerabilità.
Chi lavora all’aperto riceve dosi di radiazioni ultraviolette due o tre volte superiori rispetto a chi opera in ambienti chiusi e, in alcuni casi, fino a cinque volte i limiti raccomandati a livello internazionale. Anche l’aria che si respira cambia. Le temperature elevate favoriscono la formazione di ozono troposferico, mentre la siccità e gli incendi aumentano la presenza di particolato e sostanze nocive. Chi lavora all’aperto per intere giornate vi è esposto per periodi prolungati, con una maggiore esposizione a fattori associati a malattie respiratorie, cardiovascolari e tumori polmonari.
Il clima modifica inoltre la geografia delle malattie. Zanzare, zecche e altri vettori trovano condizioni favorevoli in aree dove prima non sopravvivevano, e patologie finora circoscritte ad altri territori possono diventare un rischio professionale anche per chi lavora nei campi.
Un ulteriore fattore riguarda i prodotti agrochimici e mostra bene come i rischi si intreccino. Il cambiamento delle temperature e delle precipitazioni influenza la proliferazione di infestanti e patogeni, la durata dei trattamenti e la loro efficacia, e può determinare un ricorso maggiore o diverso a pesticidi e fertilizzanti.
Fonti:
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