Pubblicato da Redazione
il 04/07/2026
Lo scontro, tutt’altro che fittizio, tra vegani e carnivori è lo specchio di una battaglia che coinvolge più piani: culturale, sociale, etica ma soprattutto economica. Dietro la vegafobia c’è un sistema che protegge se stesso, spingendo l’attenzione verso la responsabilità individuale per distogliere lo sguardo dai problemi sistemici. Per questo, la domanda da farsi non è “perché mangiamo tanta carne", ma “perché produciamo tanta carne”. E la risposta è nei numeri degli allevamenti intensivi.
Sabato sera. Cena a casa di amici. Compagnia assortita intorno ad una tavola imbandita. Risate, chiacchiere, musica di sottofondo. Tutto tranquillo finché qualcuno non si dichiara: “sono vegano”. E il clima cambia, almeno per qualche istante. Qualcuno fa una battuta, l'amico della grigliata mista si fa serio, il vicino di posto si giustifica ("io poca carne, eh, solo bianca"), un altro ancora si premura di trovare qualcosa da far mangiare al "malcapitato", come se fosse un problema da gestire. È la fotografia di una guerra che si combatte ogni giorno, in tavola e sui social: vegani contro carnivori (o onnivori). Da una parte chi ha scelto di non mangiare carne, pesce e derivati animali; dall'altra tutti gli altri. Nel mezzo, sempre più spesso, un sentimento difficile da nominare: il senso di colpa. Ma è davvero questo lo scontro che conta? O è un’arma di distrazione che ci impedisce di guardare dove sta il vero problema?
Partiamo da un dato che racconta meglio di mille opinioni quanto sia reale la tensione. Secondo il Rapporto Italia 2024 di Eurispes, il 76,4% di chi si dichiara vegetariano o vegano racconta di aver vissuto episodi di atteggiamenti negativi o intolleranti legati alla propria scelta. Viceversa, l'86,8% di chi segue una dieta onnivora dichiara di sentirsi per nulla o poco infastidito dalla presenza di persone vegetariane o vegane. La frizione, insomma, non è simmetrica. È quasi sempre chi ha scelto di non mangiare carne a dover gestire lo sguardo, il commento, la battuta degli altri. Questo squilibrio ha anche un nome, oggi riconosciuto persino dall'Accademia della Crusca: vegafobia (o vegefobia). Non si tratta solo di meme e battute, che pure abbondano, ma di un clima culturale diffuso in cui chi è vegano viene rappresentato come moralista, estremista, nemico della tradizione, e via dicendo.
Peraltro, la polarizzazione tra vegani e carnivori non resta confinata alle cene di famiglia o ai commenti sui social. Negli ultimi anni, questo scontro si è tradotto anche in scelte legislative e in vere battaglie di linguaggio, perché gli interessi economici in gioco (come vedremo) sono enormi. È successo, ad esempio, con la carne coltivata. In Italia, nel 2023, è stata approvata una legge che vieta la produzione e la commercializzazione di alimenti ottenuti da colture cellulari di animali vertebrati, sostenuta dalla tesi secondo cui l'arrivo di questi prodotti avrebbe messo in crisi il made in Italy. È successo, ancora prima, con le parole: oggi non si può chiamare "latte" o "formaggio" un prodotto che non sia di origine animale, dopo che la Corte di giustizia dell'Unione europea, nel caso TofuTown, ha stabilito che questi termini sono riservati esclusivamente ai prodotti animali. Una norma simile è stata approvata di recente anche in Italia per l'uso della parola "carne" su prodotti vegetali. Lo schema si ripete sempre uguale: più cresce la sensibilità ambientale ed etica verso il consumo di carne, più si rafforza la risposta dell'industria e delle lobby del settore zootecnico, spesso sotto forma di nuove crociate normative per difendere lo status quo. Non si discute solo se sia giusto mangiare carne o no, ma si combatte anche su chi ha il diritto di usare certe parole, e su cosa può arrivare sugli scaffali.
Un ostracismo che ha radici profonde. In molte culture occidentali, la carne è associata alla forza, alla virilità: la grigliata come rito, la bistecca come prova di mascolinità. In questo schema, il veganismo non viene letto come una semplice scelta alimentare diversa, ma come una deviazione dal modello dominante e quindi come una minaccia simbolica. Non a caso alcuni movimenti politici conservatori ne hanno fatto una bandiera identitaria. La carne, quindi, è prima di tutto un alimento che racconta chi siamo, cosa consideriamo normale, desiderabile, giusto. È un cibo che da sempre è anche un marcatore sociale prima ancora che un nutrimento. Per gran parte della storia umana è stata un bene scarso e prezioso ed è solo a partire dal secondo dopoguerra che è entrata stabilmente, ogni giorno, sulle tavole occidentali, diventando un alimento di massa. Ancora: la carne è memoria. Il pranzo della domenica, la grigliata tra amici, il Natale: sono ricordi profondamente radicati, legati a sentimenti di calore e appartenenza. A queste considerazioni, poi, ne vanno aggiunte altre di natura pratica: la carne è economica e semplice da cucinare. E oggi questo è un problema. Di sicuro, però, essere carnivori non è “naturale”, come molti pensano. Nel suo libro "Carnivori o vegani?" (Longanesi), Stefano Vendrame ricorda che l'essere umano non è per natura un predatore carnivoro: non ha abbastanza forza e non ha l’intestino adatto a un consumo abbondante di proteine animali. E altrettanto, però, non siamo neanche naturalmente vegani: non abbiamo quattro stomaci come i ruminanti e abbiamo canini più sviluppati di quelli degli erbivori puri. La verità, come spesso accade, sta in una zona grigia che il dibattito polarizzato fatica a contenere.
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Ma ciò che è davvero in grado di sgretolare questa contrapposizione fittizia tra chi mangia carne e chi no sono i numeri. Nel mondo si producono oggi circa 350 milioni di tonnellate di carne all'anno, contro i 50 milioni degli anni Sessanta. Significa più di 80 miliardi di animali allevati e uccisi ogni anno, su un pianeta che conta 8 miliardi di esseri umani. La proporzione è facile da fare: sono circa dieci animali interi a testa, anno dopo anno. Ovviamente, però, non tutti consumano la stessa quantità né la stessa qualità di carne. In Italia il consumo medio è di circa 80 chili annui a persona. In altri paesi, come Stati Uniti o Hong Kong, si superano i 100 chili. È questo, dunque, il dato più scomodo: la produzione globale di carne è aumentata del 39% mentre, in parallelo, è cresciuto anche il numero di persone vegetariane e vegane. Le due tendenze non si annullano ma convivono. E a pesare molto è anche come la carne viene prodotta, cioè secondo un modello, quello degli allevamenti intensivi, che divora l’ambiente e mette a rischio la salute, degli uomini oltre che degli animali. Basti pensare che il 70% dei terreni agricoli mondiali è destinato a produrre cibo per il bestiame da allevamento, che però fornisce solo il 20% delle proteine che l'umanità consuma. Poi ci sono i costi legati alle emissioni di gas climalteranti (il 90% delle emissioni di ammoniaca nell'Unione Europea proviene dal settore agricolo) e quelli sanitari (come la crescente resistenza agli antibiotici). Infine, vanno tenuti in considerazione i costi etici, legati al fatto che oggi diamo per scontato sia normale allevare e uccidere decine di miliardi di animali ogni anno. Va detto, per completezza, che non tutti gli allevamenti sono uguali. Esistono allevatrici e allevatori che lavorano in modo radicalmente diverso, portando gli animali al pascolo, praticando l'alpeggio, curando il benessere animale come priorità. Il problema non è l'allevamento in sé, anche se per tanti individui lo è, ma a dover essere attaccato è innanzitutto il modello industriale che ha reso la carne a basso costo la norma.
Qui trovi il nostro ultimo report dedicato agli allevamenti intensivi in Lombardia
Alla luce di questi numeri e considerazione sorge spontanea una domanda. Perché parliamo sempre di mangiare meno carne e mai di produrre meno carne? Spostare tutta l'attenzione sulla responsabilità individuale serve, di fatto, a due cose:
Il risultato, prevedibile, è quello che abbiamo appena visto: negli ultimi anni sono aumentati i vegetariani ma la produzione di carne ha continuato a crescere esponenzialmente, ovunque nel mondo, Italia compresa. È come se l'intera responsabilità fosse scaricata sulle spalle dell'individuo che deve decidere cosa mettere nel piatto, e quasi nessuna su chi decide, a monte, cosa produrre. Puntare tutto sulla scelta personale è anche il modo più efficace per non occuparsi di quella collettiva: della politica agricola, dei mercati, delle lobby che continuano a spingere nella direzione opposta. Per questo Terra!, insieme a Greenpeace, WWF, Lipu e ISDE, ha lanciato una proposta di moratoria sugli allevamenti intensivi, puntando a fermare l'espansione di un sistema che si è dimostrato insostenibile, e ad avviare un piano di riconversione agroecologica del settore zootecnico.
Accanto a questo, però, servono almeno altri due passi:
La verità è che la guerra tra vegani e carnivori non è un incidente di percorso ma è il risultato di interessi economici enormi, di lobby potenti, di battaglie identitarie e legislative costruite (più o meno consapevolmente) per tenere il dibattito pubblico lontano da dove conta davvero. Continuare a litigare su chi ha ragione a tavola, mentre la produzione di carne continua a salire, significa guardare nella direzione sbagliata. La domanda giusta non è più "cosa mangiamo", ma cosa e quanto continuiamo a produrre.
Qui trovi il racconto di cosa superare gli allevamenti intensivi
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