Yousupha Joof : morire (ancora) in un ghetto a Foggia

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I vigili del fuoco hanno trovato il suo corpo completamente incenerito dalle fiamme. E’ morto così, nell’incendio divampato in piena notte prima delle 4, Yousupha Joof, cittadino gambiano di 35 anni, nelle baracche del ghetto di Torretta Antonacci, a Foggia.

Le fiamme, sulla cui origine ancora s’indaga, avrebbero coinvolto ben due alloggi in cui vivevano quattro persone, ma a lasciarci la vita, è stato solo Yousupha, che al momento dell’incendio, dormiva.

Stando alle ricostruzioni della Flai CGIL, Yousupha viveva a San Severo, ma allo scadere del permesso di soggiorno, a causa del decreto Sicurezza, si è visto costretto a cercare rifugio a Torretta Antonacci, uno dei ghetti pugliesi, che specialmente in questo periodo dell’anno, si popola di migliaia di persone che arrivano per la raccolta nei campi e come loro, anche Yousupha lavorava in agricoltura. In questi giorni, nel ghetto di Torretta, la Caritas ha già registrato la presenza di 1.500 persone. E siamo solo agli inizi della stagione estiva!

Quaranta gradi piegati sotto il sole o distesi sui materassi di fortuna all’interno di baracche di lamiera e plastica, che riempiono questi enormi insediamenti illegali, delle vere città ai margini da tutto. E’ qui che vivono le donne e gli uomini che coltivano i prodotti che arrivano sulle nostre tavole, persone che non conoscono tregua, perché spesso inseguono le diverse stagioni di raccolta, spostandosi da un luogo a un altro- spesso da un ghetto a un altro- senza possibilità di mettere radici, di avere una comunità, di specializzarsi in un lavoro, e soprattutto di avere una casa.

Superare i ghetti. E poi?

Di fronte alla morte di Yousupha, i 28 milioni del Pnrr destinati al superamento dei ghetti appaiono come una grande beffa. Perché- seppure di eliminazione dei ghetti si parli da tempo- manca un disegno che mostri dove saranno portate queste persone e come saranno spesi questi soldi. Riusciremo questa volta ad eliminare questa vergogna? Vergogna per l’Italia, vergogna per l’agricoltura, vergogna per i diritti umani, che ogni giorno, in questi luoghi, vengono calpestati senza ritegno. Da dove ripartire?

Noi una risposta proviamo a darla da anni! Bisogna sforzarsi di guardare ai processi strutturali che hanno portato a tutto questo. Ad esempio, basterebbe guardare cosa è diventato il lavoro agricolo oggi.

Come può un settore, che pure attraversa uno dei momenti più delicati, con la scomparsa di due aziende agricole su tre negli ultimi quarant’anni- come registra il censimento dell’Istat– e i cambiamenti climatici che impoveriscono gli addetti, permettersi ancora di poggiare le proprie basi su persone che vivono in queste condizioni?

I ghetti vanno certamente chiusi, ma non ci si può fermare a questo. Va ripensato tutto il sistema produttivo agricolo nazionale, che ad oggi, non solo miete vittime tra i braccianti, ma anche tra i produttori! E’ la cosiddetta guerra tra poveri, in cui nessuno vince!

E’ incredibile pensare che sia ancora in vigore la legge Bossi- Fini, che dal 2002 ancora stabilisce come entrare in questo paese e a quali condizioni, e con essa, la bulimia di provvedimenti emergenziali che scandiscono il reclutamento agricolo in Italia! Non abbiamo più bisogno di provvedimenti spot!

Serve affrontare il problema in tutta la sua complessità. E’ così che da anni studiamo il caporalato e i meccanismi di filiera. Perché solo così si può arrivare ad una soluzione razionale, sostenibile e che porti benessere a tutti gli attori del comparto e all’agricoltura del nostro paese.

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