Crisi energetica e agricoltura: chi pagherà il caro prezzi

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Con il direttore Fabio Ciconte, siamo stati ospiti di GEO, RAI 3, per parlare degli effetti della crisi energetica sulla produzione e sul consumo di cibo in Italia.

C’era bisogno della “peggiore crisi economica dal 1973”-come alcuni commentatori l’hanno definita- per capire il grado di industrializzazione che ha raggiunto il settore agroalimentare nel nostro paese. Dalle serre alle celle frigorifero, dalla trasformazione alla logistica, la crisi energetica che sta mettendo in ginocchio le principali economie globali rischia di colpire anche l’intera produzione di cibo, con pesanti contraccolpi per gli agricoltori, già penalizzati dalla crisi climatica che ha ridotto i loro raccolti.

Le cause che hanno fatto triplicare nel giro di pochi mesi i prezzi del gas e dell’energia elettrica arrivano da lontano: il rilancio delle attività produttive dopo i mesi di lockdown, che ha fatto aumentare la richiesta di energia; il quadro geopolitico con l’Italia spettatrice delle tensioni tra parte della comunità internazionale e la Russia e la scarsa autosufficienza energetica del nostro paese, che importa dall’estero oltre il 70% della sua energia; l’aumento dei costi delle “quote di emissione” di CO2 nel sistema ETS dell’Unione europea. Ma come ogni momento di depressione economica, fattori così lontani e apparentemente slegati tra loro, finiscono per colpire soprattutto la capacità di spesa dei cittadini e gli ultimi anelli della filiera produttiva.

Produttori e consumatori: la Gdo in mezzo a due fuochi

Perché oggi produrre cibo significa consumare energia elettrica e petrolio: guidare un trattore, conservare i prodotti, trasportare il cibo dai centri di produzione a quelli di distribuzione. Secondo le principali associazioni di categoria, per fare il grano per la pasta e il pane gli agricoltori stanno spendendo il 50% in più per il gasolio e il 140% in più per i concimi. Per non parlare dei costi di logistica e imballaggio. Ad essere penalizzati, soprattutto i vegetali freschi (+13,5%), come melanzane o zucchine, gli oli diversi da quello di oliva (+19,9%) e le pere (+29,6%), la cui produzione è stata già falcidiata dai cambiamenti climatici, come abbiamo denunciato nel nostro rapporto “Siamo alla frutta”. 

In questo scenario di crisi, la Grande Distribuzione Organizzata si trova di fronte a un bivio: aumentare i prezzi al consumo riconoscendo ai produttori quell’aumento dei costi che, in alcuni casi, è ben oltre il 30%, oppure continuare con le campagne promozionali a cui ci ha abituato, per evitare di perdere clienti già alle prese con il rincaro delle bollette. 

Il caso di Esselunga, che sta seguendo questa seconda strada, sta facendo discutere. La nota catena di supermercati milanese ha infatti affrontato questa crisi con una cartellonistica a effetto, strizzando l’occhio al consumatore in difficoltà: “Il carovita sale? Noi abbassiamo i prezzi”. Tuttavia, attaccata da alcune insegne concorrenti, Esselunga si è vista costretta a correggere il tiro e a modificare il suo spot in “anche quando il carovita sale, i nostri prezzi non temono confronti”. 

Chi pagherà la crisi energetica?

Ma quello di Esselunga non è un caso isolato. In questi giorni, basta accendere la radio o guardare qualche spot TV per rendersi conto della campagna rassicurante che i supermercati stanno mettendo in piedi per non rischiare di perdere i propri clienti. Visto che in questi anni la GDO non ha fatto altro che educarci all’idea che il cibo non valga nulla e che quindi possa essere pagato il meno possibile, la prospettiva di dover alzare i prezzi spaventa fortemente le insegne. Eppure questa crisi energetica ci mostra che la produzione di cibo, diventata fortemente energivora, invece ha un costo. Ma oggi a chi spetta pagarlo? 

Di fronte ad uno scenario di crisi internazionale, è evidente che a pagarla non possano essere né i cittadini, il cui potere di acquisto si sta riducendo sempre di più, né i produttori, già travolti dalla crisi climatica. 

Oggi è il momento di provare ricette mai sperimentate prima, come quella spagnola ad esempio, dove si è deciso di spostare il peso della crisi sulle compagnie energetiche invece di alzare i prezzi al consumo. Lo stesso si potrebbe fare nel nostro paese con la grande distribuzione, che nel 2020 ha triplicato il proprio fatturato rispetto al 2019. Bisognerebbe aprire un tavolo con tutti gli attori – come hanno richiesto proprio le associazioni dei distributori – non già però per cancellare sugar tax e plastic tax, ma per ufficializzare il loro turno ad assumersi il prezzo di questa crisi.

E’ chiaro che un’azione come questa deve essere iscritta all’interno di una visione più complessa, che riveda gli attuali sistemi di produzione del cibo fortemente globalizzati e legati ai combustibili fossili. Solo così è possibile cambiare direzione e prevenire le future crisi energetiche e climatiche che verranno.

Per vedere e rivedere la puntata di GEO, clicca qui: https://bit.ly/3HzXMky

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