Voto finale in UE sull PAC: altri 7 anni gettati alle ortiche

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La PAC 2021-2027 è legge. Il voto del Parlamento Europeo di ieri pomeriggio ha infatti ratificato i testi di compromesso prodotti dal dialogo a tre con Commissione UE e stati membri (il Consiglio UE) lo scorso giugno.

Lo avevamo scritto allora, e oggi non possiamo che ribadire il nostro sconcerto per una Politica agricola comune completamente sganciata dalla strategia europea per la transizione ecologica. Per quanto imperfetto e insufficiente, il Green Deal doveva essere per lo meno il faro di una politica agricola che assorbe un terzo del bilancio comunitario.

Si tratta di 387 miliardi di euro in questo settennio, la cui distribuzione fino al 2023 sarà soggetta alle vecchie regole, per cambiare approccio negli ultimi quattro anni (nei quali il budget disponibile è di 270 miliardi).

In questo secondo periodo entreranno in vigore le regole ratificate ieri con il solo voto contrario dei Verdi, di gran parte della Sinistra e della delegazione tedesca e belga dei Socialdemocratici (in tutto 178 no contro 452 sì). Regole che modificano solo in apparenza l’architettura iniqua e insostenibile della Politica agricola comune, che continuerà a sussidiare un modello produttivo basato sull’agricoltura industriale e l’allevamento intensivo.

I peccati storici della PAC

La PAC, infatti, varata nel dopoguerra per sostenere la produzione europea con sussidi pubblici, ha preso da tempo una direzione sbagliata. Ha sostenuto grandi e grandissime aziende nella loro espansione, provocando la scomparsa dal mercato europeo di 4 milioni di agricoltori su 14 in soli dieci anni. Allo stesso tempo ha sostenuto l’export di commodities da parte dei grandi produttori, causando competizione iniqua e dumping anche nei paesi in via di sviluppo. I sussidi della PAC hanno incentivato l’intensificazione della produzione, la standardizzazione del cibo, la concentrazione dell’allevamento e la crescita dell’impatto ambientale dell’agricoltura. Le misure correttive non hanno funzionato: secondo un rapporto della Corte dei Conti Europea, i 100 miliardi destinati nell’ultima riforma (2014-2020) all’azione climatica non hanno prodotto effetti.

Tuttavia, anche nella sua nuova impostazione la PAC fallisce clamorosamente nel dare risposte ai movimenti per la giustizia climatica, che chiedono un passaggio all’agroecologia, e ai piccoli produttori, che chiedono una redistribuzione degli aiuti per evitare il fallimento.

Modifiche di facciata

Gli eco-schemi, che dovrebbero condizionare parte dei fondi per il sostegno al reddito all’adozione di pratiche agroecologiche, contengono flessibilità inaccettabili e potenziali misure di greenwashing. Starà ai paesi decidere se premiare azioni realmente trasformative o false soluzioni come l’agricoltura di precisione o il cosiddetto “benessere animale”. Lo abbiamo già scritto chiaramente al nostro Ministro dell’Agricoltura, Stefano Patuanelli, e vigileremo affinché non decida di assecondare altri interessi.

Un’altra pratica ambientale che la PAC dovrebbe promuovere è la rotazione obbligatoria delle colture, che viene invece clamorosamente lasciata volontaria. Un ennesimo regalo alle monocolture che impoveriscono il suolo e la biodiversità.

Sul fronte del sostegno all’agricoltura di piccola scala, il voto di ieri del Parlamento Europeo sancisce ancora una volta la sconfitta di chi chiedeva un tetto ai pagamenti, in modo che il sostegno al reddito non eccedesse i 100 mila euro. Questa misura – nonostante le scappatoie già previste in fase di proposta – avrebbe liberato più risorse per la redistribuzione alle aziende di piccola e media scala, che invece dovranno accontentarsi dell’impegno a destinare loro “almeno” il 10% degli aiuti diretti. Il 3% del budget totale di ciascun paese sarà invece riservato per gli agricoltori sotto i 40 anni.

L’unico punto positivo resta l’introduzione di una condizionalità sociale, che dovrebbe portare al ritiro totale o parziale dei fondi PAC alle aziende che non rispettano i contratti di lavoro, si macchiano di sfruttamento e caporalato. Anche qui, purtroppo, l’opposizione di diversi stati membri ha portato all’introduzione di flessibilità: a partire dal 2023, ci sarà tempo due anni per adeguarsi. Chiediamo a questo punto che l’Italia implementi da subito questa misura e faccia da apripista in UE per i diritti dei lavoratori agricoli.

Il ruolo degli stati

Questa riforma infatti lascia agli stati membri molto più margine di manovra per definire gli impegni di spesa. Ciascun paese dovrà scrivere e presentare un Piano strategico nazionale (PSN) per dettagliare a Bruxelles come intende spendere gli aiuti all’agricoltura. Come Terra! partecipiamo al Tavolo di partenariato creato dal Ministero dell’Agricoltura sulla redazione del piano, e nonostante la pessima cornice che il voto europeo ci consegna, continueremo a batterci per ottenere una transizione ecologica dell’agricoltura.

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