Terra! chiama Glasgow: diario sulla COP 26

Vittoria! Le aste al doppio ribasso sono finalmente vietate per legge
4 Novembre 2021
Voto finale in UE sull PAC: altri 7 anni gettati alle ortiche
24 Novembre 2021
Mostra tutto
 
14 novembre 2021

La COP26 approva il Glasgow Climate Pact

E così la COP26, con 24 ore di ritardo e tra le lacrime del presidente Alok Sharma, ha chiuso ieri pomeriggio con un accordo.

E' un accordo difficile, che scontenta quasi tutti. Scontenta i paesi ricchi perché l'India (sostenuta dalla Cina) ha fatto un blitz nella plenaria finale, proponendo una modifica dell'ultimo secondo, in cui i riferimenti alla messa al bando del carbone (già indeboliti nella terza bozza) sono stati definitivamente svuotati (da "phase out" a "phasedown").

Scontenta anche i paesi in via di sviluppo del G77, perché ancora una volta i paesi ricchi si sono messi di traverso alla creazione di un fondo per riparare le perdite e i danni che i più esposti subiscono a causa della crisi climatica. Il gruppo africano dentro il G77 ha dovuto cedere perché, mentre minacciava di far saltare l'accordo finale, ha subito la pressione dell'AOSIS, l'alleanza dei piccoli stati insulari che stanno per finire sott'acqua, che ha convinto gli altri membri del G77 ad adottare una linea più ragionevole. Per le piccole isole, aver ottenuto la menzione dell'obiettivo di 1,5 °C e di una esortazione all'aumento dei finanziamenti per mitigazione e adattamento era già qualcosa, e non volevano tornare a casa a mani vuote. Se ne riparlerà l'anno prossimo in Egitto.

I punti considerati "positivi" del "patto di Glasgow" prevedono un invito (sì, un invito, non un obbligo) ai governi di tornare il prossimo anno con piani più ambiziosi (con orizzonte 2030) per ridurre le emissioni che provocano il riscaldamento del pianeta e una sollecitazione (sì, una sollecitazione, non un obbligo) per le nazioni ricche ad "almeno raddoppiare" entro il 2025 i finanziamenti che servono a proteggere le nazioni più vulnerabili dai pericoli di un pianeta più caldo (adattamento). Tra mitigazione e adattamento, questi fondi dovevano ammontare ad almeno 100 miliardi di dollari l'anno a partire dal 2020: quasi due anni dopo, non sono stati raccolti nemmeno i primi 100. Aggiungiamo che, finora, la maggior parte dei pochi progetti approvati dalle Nazioni Unite per trasferire questi aiuti si basa su prestiti e non su donazioni, aumentando il debito dei paesi più impoveriti e climaticamente invivibili. Ad oggi, ancora molti paesi "in via di sviluppo" sono affogati dal debito e privi dei fondi di cui hanno bisogno per costruire sistemi energetici puliti e far fronte a disastri meteorologici sempre più estremi.

Tuttavia la taccagneria dei paesi ricchi, che cercano di ottenere profitto e posizioni geopolitiche anche tramite i finanziamenti climatici, comincia a ritocerglisi contro, perché i poteri emergenti, come Cina e India, hanno ridicolizzato le richieste europee e statunitensi di mettere al bando il carbone e le fonti fossili. Il presidente USA e i leader europei hanno insistito sul fatto che paesi come l'India, l'Indonesia e il Sudafrica devono accelerare il loro allontanamento dall'energia a carbone e da altri combustibili fossili. Ma quei paesi ribattono che non hanno le risorse finanziarie per farlo e che i paesi ricchi sono stati avari di aiuti. Uno stallo che ben conosciamo e che va avanti da vent'anni.

Tra i due proverbiali vasi di ferro, il vaso di coccio sono ancora una volta i paesi più impoveriti e le comunità isolane, che cercano alleanze dall'una e dall'altra parte per ottenere sia i fondi necessari per contrastare la crisi climatica, sia la fine dei combustibili fossili. Tra quelli con il bicchiere mezzo pieno e quelli con il bicchiere mezzo vuoto, loro sono quelli senza bicchiere da una vita.

Questo dimostra che la COP è uno spazio in cui le minoranze e le fragilità non sono messe al centro, mentre invece l'intero negoziato dovrebbe essere costruito sui loro bisogni e necessità, perché le loro istanze sono più vicine al concetto di giustizia climatica come inteso dalla società civile e dai movimenti sociali. Invece, ancora una volta, sono le potenze economiche a orientare la discussione intorno alle proprie priorità. E in questo quadro è ormai evidente l'emergere della Cina e dell'India rispetto al blocco occidentale UE-USA.

Tutto ciò, al momento significa un aumento di temperature a fine secolo di 2,4-2,7 °C rispetto al periodo preindustriale, con un aumento delle emissioni del 14% nel 2030 rispetto al 2010. Chi parla di Glasgow come di un successo solo perché il documento finale riafferma l'impegno a tagliare i gas serra del 45% in questo decennio (sempre in relazione ai livelli 2010), dovrebbe tenere conto di questo semplice dato di realtà. Un dato che ci racconta come la transizione non sarà una trasformazione rapida e felice: il fallimento di questa COP ci mostra che sarà lenta e cronica, e probabilmente arriverà a compimento quando il pianeta sarà ormai surriscaldato, i ghiacci polari fusi e il livello del mare salito a dismisura. Avremo il solare e l'eolico ma non avremo rimosso le diseguaglianze, e la via sarà punteggiata di vite spezzate e diritti negati.

Il nostro ruolo di ecologisti e reti della società civile è di aumentare il livello delle nostre azioni e delle nostre denunce, perché come dimostrano le due settimane di Glasgow, nessuno ha davvero a cuore una transizione ecologica equa, profonda, rapida ed efficace. Tocca a noi fare un altro passo avanti.



Postilla.

Oltre all'accordo principale, sono stati anche concordati gli ultimi dettagli sulle parti rimaste aperte dell'accordo di Parigi. La COP26, in particolare, ha finalizzato le regole base dell'articolo 6 (testi qui e qui), che crea un sistema di cooperazione centrato sul mercato dei crediti di carbonio. Questa è la bomba ad orologeria sotto tutti gli impegni climatici, perché rappresenta un modo di ridurre le emissioni basato sul mercato della CO2 che nella grande maggioranza dei casi produce un risultato solo sulla carta. Non ci addentriamo nei dettagli, ma qui potete trovare le ragioni per cui i carbon markets rappresentano una minaccia all'azione climatica. In estrema sintesi, il meccanismo concordato a Glasgow è basato su regole deboli e non compatibili con gli standard internazionali sui diritti umani. Replicherà i problemi presentati dal sistema già esistente e creato dal Protocollo di Kyoto (qui i dettagli).


 
 
12 novembre 2021

La seconda bozza

Come. Volevasi. Dimostrare. La seconda bozza della decisione finale della COP26, pubblicata questa mattina verso le 7.15, è un testo fortemente indebolito dagli interessi fossili.

Il documento esce un giorno dopo le attese, mettendo una pietra tombale sulle speranze di chiudere alle 18, come da calendario, questo vertice sul clima. I negoziatori resteranno nelle stanze dello Scottish Event Campus di Glasgow oltre l'orario previsto, perché i punti critici sono ancora molti.

Tuttavia, si va verso un compromesso davvero insufficiente per i tempi che viviamo: dentro il palazzo le discussioni sembrano non tenere conto della gravità della crisi climatica. Cosa è cambiato nel documento finale? La differenza è tutta in poche paroline. Prima non c'erano, ora sono comparse. E cambiano totalmente il senso delle frasi. Se nella bozza precedente si faceva riferimento esplicito alla necessità "accelerare l'eliminazione graduale del carbone e dei sussidi ai combustibili fossili", ora si dice che occorre "accelerare l'eliminazione graduale dell'energia a carbone non abbattuto e dei sussidi inefficienti ai combustibili fossili.

Non vi sfuggirà che un linguaggio simile rappresenta un ridimensionamento degli impegni. Infatti, il senso è che - diversamente da prima - potrà proseguire lo sviluppo di impianti a carbone con tecnologie per l'abbattimento dei fumi, mentre l'inefficienza dei sussidi fossili, essendo decisa del tutto arbitrariamente, consentirà per altri anni a venire di mantenere il sistema di regalìe che i governi hanno messo in piedi per tenere in vita l'industria del carbone, del gas e del petrolio.

Per capire da dove vengono le responsabilità, leggete la dichiarazione finale del G20, che propone un linguaggio totalmente sovrapponibile a quello appena descritto. I leader globali magnificati a Roma sembrano proprio aver fissato i paletti entro cui la COP si sarebbe dovuta muovere. Paletti molto stretti e niente affatto coerenti con la decarbonizzazione rapida e profonda di cui abbiamo bisogno.

Migliora leggermente invece la parte sui finanziamenti climatici: c'è infatti la richiesta di raddoppiare entro il 2025 la quota che i paesi industrializzati devono mettere per mitigazione e adattamento dei paesi meno abbienti. Oggi però non è stato raggiunto nemmeno il vecchio obiettivo di 100 miliardi di dollari l'anno. Anche se fossero 200, si tratterebbe di una goccia nel mare. I paesi africani chiedono infatti 1300 miliardi ogni anno, chiedono che non siano tutti spostati sulla mitigazione ma anche sull'adattamento e chiedono che non siano tutti prestiti ma anche donazioni. I prestiti aumentano il debito, i trasferimenti no. Secondo un recentissimo report della Jubilee Debt Campaign, 34 dei paesi più poveri del mondo spendono 5 volte di più per ripagare il debito pubblico di quanto non spendano per affrontare l'emergenza climatica (29,4 miliardi di dollari l'anno contro 5,4).

Ultimo punto importante: i fondi per le perdite e i danni subiti dai paesi più esposti alla crisi climatica non verranno quantificati, né tantomeno stanziati quest'anno. Questo fondo dovrebbe essere quello più importante di tutti, perché dovrebbe essere riempito in base alle responsabilità storiche dei paesi nella crisi climatica. I più ricchi e inquinanti dovrebbero pagare per aver creato il problema e i più poveri e incolpevoli dovrebbero prelevare per parare il colpo. Invece tutto quel che la seconda bozza di decisione ci offre, è una struttura di assistenza tecnica per il cosiddetto Santiago Network, la rete che dovrebbe connettere i paesi in via di sviluppo vulnerabili con i fornitori di assistenza tecnica, conoscenza e risorse di cui hanno bisogno per affrontare i rischi climatici. Chi pagherà per questi interventi, è ancora tutto da vedere.


 
 
11 novembre 2021

La prima bozza

Ieri è uscita la prima bozza di decisione della COP26. La cosiddetta "cover decision" rappresenta il documento più importante del vertice, che può essere approvato solo con l'accordo di tutte le parti. Per questo il linguaggio che lo contraddistingue va osservato nei dettagli, perché è aperto a diverse interpretazioni.

Entrare nei dettagli è quel che faremo in questo post del nostro diario sul negoziato di Glasgow. Le 7 pagine della cover decision presentano punti che riflettono le richieste dei paesi più colpiti dagli impatti del cambiamento climatico. In particolare, la richiesta di un raddoppio dei finanziamenti per l'adattamento e il riconoscimento esplicito del consiglio dell'IPCC di tagliare le emissioni del 45% entro il 2030. Inoltre, c'è l'incitamento ad aggiornare gli impegni nazionali di riduzione delle emissioni ogni anno e non ogni cinque, per evitare che i paesi facciano troppo poco e troppo tardi, perdendo di vista gli obiettivi dell'accordo di Parigi. Infine, per la prima volta compare un invito esplicito ad "accelerare l'eliminazione graduale del carbone e delle sovvenzioni per i combustibili fossili".

E' sufficiente? No. Non si può negare il tentativo di aumentare l'ambizione delle decisioni prese dalle COP, ma un accordo ideale secondo noi dovrebbe prevedere alcuni elementi più stringenti. Facciamo qualche esempio:

- un impegno - non una richiesta - ad aumentare i fondi per la mitigazione e l'adattamento, con una specifica menzione sulla necessità che la maggior parte siano donazioni, non prestiti che aumentano il debito dei paesi poveri

- un impegno - non basta ribadirne l'urgenza - a intensificare l'azione e il sostegno per le perdite e i danni già subiti dalle comunità e dai paesi più vulnerabili. Serve che il mondo industrializzato faccia un passo in direzione della giustizia climatica, versando circa 600 miliardi di dollari in compensazioni ai Sud globale, il meno responsabile e il più impattato dalla crisi climatica. Questa è infatti la stima che finora abbiamo di massimo impatto per i soli paesi poveri a partire dal 2030

- un impegno - non una sollecitazione - a presentare nuovi impegni climatici nazionali tutti gli anni

- una data di fine dell'estrazione e utilizzo dei combustibili fossili, così come un impegno (e non una proposta) di estendere la riduzione delle emissioni ai gas serra diversi dalla CO2, come il metano.

- un impegno - completamente assente da tutti i tavoli - a privilegiare misure non di mercato per la cooperazione internazionale. Il pesante affidamento al mercato del carbonio rischia di mettere l'ultimo chiodo nella bara dell'accordo di Parigi, soprattutto se da questa COP usciranno regole deboli per gestirlo.


Tutti i punti della decisione possono ancora essere migliorati e le delegazioni stanno lavorando alacremente in quelle che sono le ultime ore della COP26. C'è il forte rischio che i paesi industrializzati e i gruppi di interesse manomettano la bozza e la trasformino in senso negativo. La società civile deve tenere altissima la pressione per evitare che si scivoli indietro nell'ultima occasione possibile che ci resta.


 
 
8 novembre 2021

L'agricoltura in discussione

Mentre oltre centomila persone sfilavano per la giustizia climatica nelle strade di Glasgow insieme ai movimenti sociali, nel fine settimana le stanze della COP hanno accolto un nuovo arrivo: quello dell'agricoltura. Solitamente trascurato nei tavoli climatici, quest'anno il tema del cibo e di come lo produciamo è stato introdotto nel dibattito. Non fa parte del negoziato vero e proprio, che continua a rimanere arenato sui trasferimenti finanziari dai paesi ricchi a quelli poveri, sul mercato del carbonio e sui tempi di aggiornamento degli impegni per ridurre le emissioni. Tuttavia, come sempre accade alla COP, mentre le trattative procedono a rallentatore per via tecnica, i politici tentano di chiudere accordi settoriali o proporre iniziative su temi specifici

Questa volta è toccato all'agricoltura. 45 paesi si sono impegnati a trasformare i loro sistemi agricoli per guidarli verso la sostenibilità, investendo complessivamente 4 miliardi di dollari. L'idea è di utilizzare il denaro pubblico per l'innovazione in agricoltura, lo sviluppo di varietà vegetali resistenti al cambiamento climatico, strumenti per gestire il rischio di zoonosi e finanziare la ricerca.

Il nostro giudizio è che si tratta di una proposta priva di contenuti chiari, ancora una volta schiacciata sulla tecnologia, la biotecnologia e l'aumento delle rese per ettaro. Ma soprattutto il denaro a disposizione è irrisorio. Per fare un paragone, basti pensare che i soldi pubblici oggi destinati a sussidi per l'agricoltura ammontano - ogni anno - a 540 miliardi di dollari. E c'è di più: il 90% va a sostegno di attività agricole dannose per l'ambiente!

Ci stupisce quindi come la promessa, avanzata da una manciata di paesi, di dare una spruzzata digitale e una parvenza di green al settore agricolo, intenda rappresentare una risposta alla devastante crisi in cui siamo sprofondati. Mentre la fame e la malnutrizione crescono ancora dopo la pandemia, mentre i suoli si desertificano e gli allevamenti si intensificano, la COP26 propone 4 miliardi di dollari e nessuna misura di politica internazionale concreta per fermare le emissioni di metano e l deforestazione.

Su questi aspetti, invece, si sono concentrate nei giorni scorsi altre due iniziative, anch'esse promosse dalla Gran Bretagna. Quella sul disboscamento ha visto un centinaio di paesi promettere di interrompere la deforestazione nel 2030. Anche qui, i fondi a disposizione sono ridicoli: appena 19 miliardi fra pubblico e privato. Considerato che l'allevamento è la prima causa della perdita di copertura arborea nel mondo, una coerenza interna fra tutti quest impegni vorrebbe che contenessero una progressiva riduzione degli animali allevati. Invece no. Nemmeno l'impegno sulla riduzione delle emissioni di metano - 97 paesi hanno promesso di ridurne le emissioni del 20% entro il 2020 - prende seriamente di petto il settore zootecnico, che ne copre la metà circa.

Conclusione: quando mancano 4 giorni alla chiusura della COP 26, sui dossier più critici si sono fatti pochissimi passi avanti, mentre le iniziative lanciata da alcuni gruppi di paesi rappresentano molto meno del minimo sindacale. Si profila l'ennesimo buco nell'acqua?


 
 
5 novembre 2021

Di delegazioni mostruose e passi avanti sul carbone

E' una vera e propria "truppa" la delegazione del Brasile alla COP 26. 479 delegati che tenteranno, per tutti i prossimi giorni, di presidiare tutti i tavoli negoziali e indebolire le proposte più ambiziose. Fra loro ci sono lobbisti dell'agribusiness e del settore industriale, mimetizzati fra i diplomatici governativi. Il Brasile infatti ha la chiarissima missione di far fallire ogni trattativa che comporti un suo maggiore impegno sul clima. Ne è un esempio plastico l'incredibile gioco delle tre carte con cui ha prima indebolito il suo piano di riduzione delle emissioni (cosa tra l'altro illegittima ai sensi dell'accordo di Parigi), per poi ripresentarlo appena prima di Glasgow identico a quello precedente, dichiarando di aver aumentato l'ambizione. E questa roba sarebbe politica internazionale?

Se Bolsonaro è una causa persa, da altre parti si tentano piccoli passi avanti: 40 paesi ieri hanno sottoscritto un impegno ad abbandonare il carbone entro il 2030 nelle nazioni più sviluppate, nel 2040 nel resto del mondo. Tuttavia, nel 2019 il carbone copriva ancora circa il 37% dell'elettricità prodotta in tutto il mondo, dominando il mix energetico in paesi come Sudafrica, Polonia e India. Se la polonia è tra i firmatari del patto, mancano all'appello i più grandi consumatori come Cina, India, USA e Australia. E basta questo a ridimensionare parecchio il documento.

Il secondo impegno che ha portato un barlume di sostanza nelle sale della COP 26 è quello di 25 paesi ad interrompere a fine 2022 i finanziamenti pubblici a progetti fossili all'estero. C'è anche l'Italia tra i firmatari, ma solo dopo aver sfiorato l'incidente diplomatico. Infatti, a pochi istanti dall'uscita pubblica, il nostro paese non figurava tra gli aderenti. Di certo il peso di Eni e delle altre aziende fossili deve aver creato non pochi problemi al nostro governo, che alla fine è riuscito a mettere la firma sull'impegno, senza che però si facesse in tempo ad aggiornare la mappa presentata al pubblico attraverso le slides. Non vi sarà sfuggito che siamo co-organizzatori della COP e che tutta questa titubanza sia perlomeno imbarazzante.


 
 
2 novembre 2021

Nemmeno il tempo di concludere la cerimonia finale del G20 e si apre il sipario sulla COP26, la conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Quest’anno i 197 membri della convenzione ONU sul climate change (UNFCCC) si trovano a Glasgow per due settimane di trattative che termineranno il 12 novembre.

Come abbiamo scritto nel nostro ultimo editoriale su Domani, la COP 26 è l’ultima possibilità per avviare quella trasformazione profonda della società e dell’economia che può evitare il collasso climatico. Ma i leader globali non sembrano all’altezza della sfida.

Nella capitale scozzese avranno pochissimi giorni per fare molto più di quel che hanno fatto finora, nonostante i ripetuti allarmi dei climatologi e le costanti mobilitazioni dei movimenti sociali.

 

COP 26: cosa c’è in gioco

La prima domanda da porsi per comprendere questa COP 26 è: a che punto siamo con gli impegni presi in passato?
La risposta non vi piacerà, perché siamo in ritardo su tutti i fronti.

Nel 2009 i governi industrializzati avevano promesso che, a partire dal 2020, avrebbero sborsato 100 miliardi di dollari l’anno ai paesi più poveri ed esposti alla crisi climatica, per sostenere interventi di mitigazione e adattamento.
Il 2021 sta per finire e questa cifra non è stata raggiunta: siamo intorno agli 80 miliardi, parte dei quali è finita in prestiti o in investimenti dal sapore coloniale, che fruttano profitti alle imprese dei paesi ricchi e non migliorano l’autonomia dei paesi oggetto di intervento. Quel che è peggio è che la prossima sintesi degli impegni verrà fatta nel 2023, dunque per altri due anni non sapremo con certezza se saranno mobilitati i fondi promessi ormai dodici anni fa.

Altro punto chiave della COP 26 è, come sempre, l’aggiornamento degli impegni di riduzione delle emissioni.

Secondo il consueto rapporto del Programma ONU per l’Ambiente (UNEP), i piano finora presentati dai singoli paesi portano, se messi insieme, a un aumento delle temperature globali medie di 2,7 °C entro la fine del secolo rispetto ai livelli preindustriali. Ben oltre, quindi, quanto pattuito a Parigi nella COP 21 del 2015. Allora si decise collegialmente che il riscaldamento globale sarebbe stato limitato a massimo 2 °C, senza lasciare però nulla di intentato per rimanere entro gli 1,5 °C.

La COP26 non sembra riservare grandi novità, a parte la promessa dell’India – terzo emettitore mondiale – che tuttavia non è sufficientemente ambiziosa. Cina e Russia, anch’essi grandi inquinatori, non partecipano al vertice, mossa che rappresenta il più bruciante schiaffo alle economie “avanzate”. Pechino sembra dire al mondo che il clima non è una priorità in questo momento, e che la crescita economica ha la precedenza. Detto dalla prima economia mondiale, che da sola copre il 28% delle emissioni, rende il tavolo di Glasgow quasi inutile.

 

Eppure…

A prescindere da ciò che farà la Cina, i paesi occidentali e industrializzati possono fare molto per cambiare marcia nelle politiche climatiche.
Ci sono infatti impatti climatici già in corso, che non sono stati evitati o minimizzati attraverso attività di adattamento e mitigazione (per finanziare i quali si dovrebbe attingere ai 100 miliardi di cui parlavamo prima).
I diritti umani sono già oggi violati dalla crisi climatica, che colpisce l’accesso al cibo e il diritto a vivere in un ambiente salubre. Più di 30 milioni di persone solo nel 2020 hanno dovuto lasciare la propria casa per il cambiamento climatico. Quasi sempre si è trattato di paesi e comunità poveri e vulnerabili, cioè quell’umanità meno responsabile della crisi ecologica eppure costretta a fare i conti con i suoi impatti più negativi.

Il costo economico previsto delle perdite e dei danni entro il 2030 è stimato tra 290 e 580 miliardi di dollari all’anno solo nei cosiddetti “paesi in via di sviluppo”.
Servono quindi – oltre ai 100 miliardi promessi nel 2009 – finanziamenti nuovi e aggiuntivi commisurati ai bisogni dei paesi e delle comunità vulnerabili. Su questi trasferimenti, che dovrebbero essere attivati idealmente senza condizioni da parte dei paesi ricchi (e più responsabili dello stato dell’arte), c’è storicamente una polarizzazione feroce.
I paesi industrializzati non vogliono “regalare denaro” ai quelli più sventurati, rifiutando di riconoscere la propria responsabilità storica nella crisi climatica.
La giustizia climatica non è di casa alle COP, dove ogni decisione ha basi geopolitiche e geostrategiche molto prima che di solidarietà internazionale.

 

Tutti al mercato (del carbonio)

Al massimo – e non è sicuro nemmeno questo – ci si può attendere da Glasgow un accordo sulle regole per attivare l’ultimo capitolo dell’accordo di Parigi, il cosiddetto “Articolo 6“.
L’articolo prevede la nascita di sistemi di cooperazione internazionale per ridurre le emissioni.

Anche qui, invece di puntare sulle possibilità di costruire rapporti solidali tra governi e tra comunità, i negoziatori puntano tutto sulla creazione di un mercato del carbonio mondiale, unificando tutti quei sistemi di scambio delle quote di emissione esistenti e creando un meccanismo gestito dall’ONU che possa certificare le emissioni ridotte con questo metodo

Come funziona? in pratica, i paesi o le aziende che non sono in grado di raggiungere i loro obiettivi climatici possono acquistare crediti di carbonio (ovvero prodotti finanziari che corrispondono a tonnellate di emissioni ridotte) finanziando progetti “sostenibili” in altri paesi, dove costa meno. Tali progetti dovrebbero portare ad una riduzione delle emissioni nel paese ospite rispetto a uno scenario business as usual. Queste riduzioni verrebbero poi conteggiate tra i progressi del paese investitore, che magari ha difficoltà a ottenerle in patria perché fatica a spingere le sue industrie strategiche a fare la transizione ecologica. Troppo spesso però questi conteggi si basano su una matematica che sconfina nel gioco d’azzardo, oltre a non tenere in conto le volontà dei territori e provocare violazioni dei diritti umani.

Il rischio che a Glasgow si approvino regole di bassa qualità per il mercato del carbonio è molto alto, fatto che comprometterebbe ulteriormente il rispetto dell’accordo di Parigi.

Comments are closed.