Ma quale crisi alimentare? E’ solo un modo per fermare la transizione ecologica

Domande, risposte e proposte su guerra in Ucraina e prezzo del cibo
29 Marzo 2022
Agricola Mpidusa collabora con Life Desert-Adapt per la biodiversità e la lotta al cambiamento climatico
4 Aprile 2022
Mostra tutto

“Non esistono allarmi alimentari per il nostro Paese”. Stefano Patuanelli, ministro delle Politiche agricole, cerca così di placare le ansie del comparto agroalimentare e dei consumatori, durante l’ informativa urgente sulla situazione in Ucraina nell’Aula della Camera, che si è tenuta nella giornata di ieri, 29 marzo.

I numeri che ha citato il ministro descrivono il valore dell’import delle materie prima da Russia e Ucraina, che, al dispetto dell’allarmismo delle ultime settimane, in Italia non supera il miliardo di euro, meno del 2% del totale di ciò che importiamo da paesi terzi.

Dati che, nel bel mezzo del dramma che stiamo vivendo, “confortano”. Eppure, solo qualche giorno fa, proprio in virtù di un fantomatico “allarme carestia”, la Commissione Ue ha concesso deroghe ai vincoli ambientali nella coltivazione, su pressione dei Ministri dell’Agricoltura europei, tra cui spiccava proprio Patuanelli.

La transizione sotto attacco

Deroghe che si traducono in una revisione al ribasso degli obiettivi della nuova PAC e delle Strategie UE “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”, e che in particolare, minano uno dei principi cardine della transizione ecologica: il mantenimento di uno spazio per la biodiversità nel paesaggio agrario, necessario a tamponare la moria degli uccelli e degli insetti impollinatori.

Non solo. Patuanelli sottolinea che la Commissione europea «si è mostrata disponibile ad autorizzare importazioni temporanee di materie prime dai Paesi terzi anche in deroga ai limiti massimi di residui fitosanitari». Una decisione che non ha come obiettivo quello di “salvare” la produzione alimentare- che, a detta del ministro, non è sotto attacco- piuttosto quella dei mangimi per gli allevamenti.

L’Ucraina fornisce quasi la metà del mais dell’Ue (15 per cento per l’Italia) che serve per nutrire animali rinchiusi in allevamenti intensivi. 
Con l’alibi della guerra, quindi, ai nostri agricoltori saranno erogati fondi per coltivare più mais per questi allevamenti. Una scelta in controtendenza con i principi della transizione, su cui in molti non vedevano l’ora di mettere le mani. Ne è un esempio il deputato della Lega Guglielmo Golinelli, che ha chiesto di “rivoltare la PAC come un calzino”.

Eppure, basterebbe pensare che anche a causa di questi sistemi di produzione così altamente energivori, come gli allevamenti intensivi, ci troviamo a gestire la crisi climatica in corso.

Le soluzioni sono davanti agli occhi ma nessuno le vede

La ricetta dovrebbe/potrebbe essere semplice. Basterebbe ad esempio ripensare la produzione e il consumo di carne, per risolvere in una volta sola, l’approvvigionamento cerealicolo e la crisi climatica. Così come, sul piano della filiera, ci si dovrebbe soffermare di più e meglio sulle responsabilità della Grande distribuzione Organizzata.

Il ministro Patuanelli teme che l’aumento dei costi al consumo non compenserebbe il mondo agricolo dei costi crescenti, stimati a 16mila euro l’anno ad azienda. E che questi si trasformerebbero solo in un aumento di profitti per il mondo distributivo. Ma Patuanelli forse dimentica che proprio lui ha l’autorevolezza e la responsabilità per poter cambiare le cose. E che correggere quelli che lui stesso definisce “problemi storici”, proprio adesso, nel momento in cui tutte le storture di questo comparto stanno emergendo con forza, sarebbe, quella sì, l’unica strategia da attuare!

Comments are closed.