Pubblicato da Redazione
il 13/07/2026
Sono passati 11 anni dalla morte di Paola Clemente e 10 dall’approvazione della Legge 199/2016, conosciuta anche come legge anti caporalato. Un decennio che, però, purtroppo, non ha debellato il fenomeno dello sfruttamente nel mondo agricolo. I problemi sono sempre lì, e sono sempre gli stessi. Tra questi, c’è la spietata lotta dei grandi player del settore per pagare il cibo sempre meno, incuranti di scaricare il peso di questo approccio estrattivista sulle spalle dei produttori e dei lavoratori.
Undici anni fa moriva Paola Clemente. Il nome di una cittadina comune, una lavoratrice agricola, diventata suo malgrado il simbolo della lotta allo sfruttamento agricolo e al caporalato. Una morte che fece rumore in un’estate in cui nel mondo accadevano cose molto diverse da oggi. In quell’anno, tra proteste e polemiche, a Milano si apriva l’Expo; al governo degli States c’era il primo presidente afroamericano e a Parigi si apriva la Conferenza sul clima, sì proprio quella che portò all’adozione dell’ Accordo per la riduzione dei gas serra e per affrontare i cambiamenti climatici. Pochi anni prima l’Italia aveva conosciuto le rivolte di Rosarno e lo sciopero di Nardò, luoghi del sud di cui nessuno aveva mai sentito parlare e che invece rivelarono la realtà di sfruttamento di migliaia di lavoratori migranti impiegati in agricoltura.
La storia di Paola si inserisce proprio in questa fase: grandi sogni e grande speranza per il futuro, nonostante tutto.
Il 13 luglio di undici anni fa, Paola si sveglia alle 3 del mattino per andare a lavorare all’acinellatura dell’uva in un vigneto di Contrada Zagaria ad Andria, in Puglia. Un lavoro “da donne”, come lo definisce qualcuno, perché richiede gesti decisi e delicati. È infatti con altre donne, Paola, quando parte alla volta del campo. Fa molto caldo, le temperature sfiorano i 40 gradi. Il proprietario si era rivolto a un’agenzia interinale per avere manodopera sufficiente. Già sull’autobus che la conduce all’azienda, Paola inizia a non stare bene. Sente prima molto caldo, poi molto freddo. Arriva al terreno e inizia la sua giornata lavorativa, ma dopo qualche ora, sviene. I soccorsi tardano ad arrivare, Paola muore di infarto tra i vigneti, sul suo posto di lavoro.
Ad oggi la morte di Paola non ha ancora un responsabile. Il proprietario dell’azienda è stato scagionato dalle responsabilità del decesso. La sentenza del 23 febbraio 2026 della Corte d'Appello di Bari mette la parola fine al processo per omicidio colposo sul caso di Paola Clemente. I giudici hanno confermato l'assoluzione del titolare dell'azienda agricola poiché manca la prova scientifica che colleghi le condizioni di lavoro al decesso. Come se quel sole rovente non avesse fatto crollare il suo cuore, come se lavorare sotto 40 gradi fosse possibile, oltre che lecito.
Eppure questa storia ha cambiato tante cose. È con la sua morte che l’iter della legge 199/2016 ha subito un’accelerazione. La legge, nota oggi come legge “anti caporalato”, sarà approvata solo un anno dopo la sua tragica scomparsa, il 29 ottobre del 2016. A tutti gli effetti, questa è la legge di Paola. Ed è giusto ricordarlo. Perché spesso sono le storie dei cittadini comuni a indicare il cammino collettivo.
Una legge scritta, voluta, sostenuta da tanti pezzi della società civile, tra cui Terra!, che in quegli anni indagava la “Filiera Sporca” nelle campagne del Sud, con cui portavamo alla luce il sistema di sfruttamento delle campagne pugliesi e calabre. Una legge che, come abbiamo raccontato documentando il caporalato in Europa qualche anno fa, non ha eguali in altri paesi. La grande novità della L. 199 sta nell’aver esteso la responsabilità in solido del reato dal caporale all’azienda agricola che si serve di intermediari illegali. Non è solo quindi il caporale il responsabile dello sfruttamento, ma anche l’azienda che ne beneficia. Una rivoluzione innanzitutto “culturale”, che ha cambiato moltissimo il dibattito sul tema.
Eppure dalla morte di Paola tante cose sono cambiate. Nonostante ci sia chi vuole negare questa verità, il caporalato oggi è ovunque, si è spostato. Non è più quello che sfruttava i braccianti impiegati nella raccolta del pomodoro al Sud, oggi lo sfruttamento si annida anche nelle ricche filiere del Nord Italia: vino, meloni, insalate in busta.
Il caporalato ha inoltre cambiato pelle. Oggi ha quella delle cooperativa senza terra, delle agenzie interinali, delle finte partite Iva, insomma ha moltissimi volti, quasi sempre legali. E anche questo purtroppo ha allentato l’attenzione sul fenomeno, che oggi fa meno notizia. E questo è parte del problema. Perché mentre lo sfruttamento continua ad aumentare e a trovare nuovi strumenti per evolvere, se ne parla sempre meno e se ne parla male. Anche questo è cambiato nei dieci anni che ci dividono dalla morte di Paola Clemente.
C’è una cosa che della L.199 si ignora spesso ed è la parte più importante, quella su cui Terra! lavorapraticamente ogni giorno: la prevenzione del fenomeno. L’unico modo per evitare che ci siano altre storie come quella di Paola: Satnam, il lavoratore morto a Latina due anni fa, Vincenzo, morto di caldo ad Andria nel giugno del 2025, o Thahar El Haddad, deceduto poche settimane fa nelle stesse condizioni.
In agricoltura, il caldo uccide
C’è ancora tanto da fare. Lo dimostrano le tante morti drammatiche che da quel 13 luglio 2015 si sono susseguite. Lo dimostra il fatto che ovunque abbiamo cercato il caporalato, in questi anni, lo abbiamo trovato, al Sud come al Nord.
Una macchina dello sfruttamento messa in moto soprattutto dal mercato. Le aziende si affidano a intermediari senza scrupoli per avere più manodopera, soprattutto nei picchi stagionali, quando la richiesta dei supermercati si fa continua, assillante e così, il lavoro sui campi.
I problemi a questo punto diventano tanti: la disponibilità di manodopera; l’incontro tra domanda e offerta di lavoro; i trasporti che permettono ai lavoratori di raggiungere le aziende; gli alloggi, in cui gli operai agricoli possono vivere e riposare dignitosamente; il salario, che dovrebbe essere giusto e tutelato da un regolare contratto; il prezzo corrisposto dalla Grande distribuzione organizzata al produttore agricolo.
È in tutti questi aspetti che il caporalato si insinua, colmando i vuoti del pubblico. Noi li chiamiamo gli “ingredienti del caporalato”, e ne abbiamo parlato in questo report. Sono quei fattori comuni a tantissimi territori che indicano da anni una strategia di intervento, che purtroppo non viene tradotta in pratica quotidiana.
Una strategia che deve essere sull’intera filiera, dal lavoratore alla grande distribuzione organizzata, passando per il giusto riconoscimento del lavoro degli agricoltori, che stanno vedendo di giorno in giorno svanire il loro progetto di vita sotto grandinate e siccità.
Dentro questo ragionamento, quindi, ci sono anche le aste al ribasso, una nostra storica battaglia (iniziata nel lontano 2016), su cui siamo tornati proprio in questi giorni. Internazionale, infatti, ha pubblicato una nuova inchiesta a firma di Fabio Ciconte, presidente di Terra!, e Stefano Liberti, giornalista e scrittore, che ha portato alla luce questo vecchio vizio di alcuni attori delle filiere agroalimentari.
Nello specifico, la grande centrale di acquisti Constellation avrebbe fatto ricorso al meccanismo delle aste al ribasso per acquistare dall’industria di trasformazione 8,5 milioni di confezioni di derivati del pomodoro (passate, pelati, polpe e concentrati), per un totale di circa 15 mila tonnellate di prodotto. Constellation è l’esempio perfetto di “uno di quegli attori invisibili al consumatore finale che, negli ultimi anni, hanno assunto un peso crescente nella definizione del prezzo del cibo.” Si tratta di un ulteriore anello delle filiere agroalimentari: grandi centrali che acquistano contemporaneamente per più gruppi della distribuzione, concentrando un enorme potere contrattuale. In questo caso, risulta che l’asta fosse stata organizzata insieme al gruppo MARR, controllato da Cremonini S.p.A., leader in Italia nella distribuzione specializzata di prodotti alimentari e non-food destinati alla ristorazione extra-domestica. Dopo l'inchiesta, però, il gruppo Marr avrebbe deciso di non dare seguito alla procedura di gara, sospendendone gli effetti.
Ma come è possibile che avvenga una cosa del genere visto che in Italia le aste al doppio ribasso sono vietate, un risultato a cui abbiamo contribuito con la nostra campagna #ASTENETEVI portata avanti insieme alla Flai CGIL? Purtroppo la risposta è semplice: il divieto non riguarda l’Europa. Per questo motivo, abbiamo deciso di lanciare una nuova raccolta firme, finalizzata a bloccare questa specifica azione di Constellation, preparandoci però anche a dare battaglia affinché il divieto delle aste online venga esteso a tutto il continente.