Pubblicato da Redazione
il 03/09/2026
Il costo della spesa è cresciuto del 30% in 5 anni, mentre il potere di acquisto dei salari è sceso dell’8%. Riempire il carrello in maniera sufficiente e salutare è sempre più difficile, al punto che alcune catene di supermercati propongono ai propri clienti di pagare la spesa a rate. Un rimedio solo apparente, che in realtà nasconde più insidie che vantaggi.
Teatri di guerra che si moltiplicano dentro e fuori i confini europei, l’estate più calda della storia che si avvia alla chiusura (nella consapevolezza che non è stata la prima e non sarà l’ultima), eventi climatici sempre più estremi e sempre meno rari, l’agricoltura che è costretta a cambiare le sue geografia e le sue modalità per far fronte alla carenza di acqua. Un collage di notizie allarmanti che precipitano dritte nella vita di ciascuno, finendo per occupare anche il carrello della spesa. Le famiglie lo sanno bene, lo sperimentano ogni giorno. Il conto del supermercato è cresciuto in modo sproporzionato, e a pesare non sono solo le scelte di chi vende, ma un sistema alimentare globale sempre più fragile, dove clima e conflitti si scaricano puntualmente sulla spesa settimanale.
Secondo dei calcoli effettuati da Il Sole 24 Ore, tra il 2021 e il 2026 il costo del carrello della spesa per una coppia con un figlio è passato da 100 a 129,5 euro. Quindi un rincaro del 29,5%, quasi in linea con l'inflazione alimentare registrata dall'Istat nello stesso periodo (30%) ma molto superiore a quella generale, ferma al 21%. Ma c’è di peggio. Guardando oltre la media aritmetica, infatti, si scopre che i numeri di alcuni beni di base fanno impressione: olio extravergine +47%, ortaggi di uso quotidiano +39% (pomodori +45%, patate +44%), uova +43%, riso +44%. E gli indicatori economici internazionali confermano che non si tratta di un fenomeno solo italiano. Ma stare nella stessa barca, mai come questa volta, non è motivo di sollievo ma di doppia preoccupazione. L'indice FAO dei prezzi alimentari globali ha toccato a luglio 2026 il livello più alto da tre anni, sospinto da un mix di guerre (Ucraina e Medio Oriente) e ondate di calore che hanno colpito i raccolti in diverse aree del pianeta. Le tensioni sui mercati energetici, il grano che sale del 5,8% in un mese, i fertilizzanti che dipendono da rotte commerciali sotto pressione: quello che paghiamo al supermercato è la punta di una catena molto più lunga, fatta di clima che cambia e di conflitti che non si fermano dentro i confini dei Paesi che li combattono.
Il punto, però, non è solo quanto costa il cibo. È quanto possiamo permettercelo. Infatti, nello stesso periodo preso in considerazione dal conteggio de Il Sole 24 Ore, mentre i prezzi lievitavano, i salari reali in Italia sono diminuiti di oltre l'8% (dati Cgil). Il risultato della sovrapposizione di questi due fenomeni è una forbice che si allarga e mangiare bene e a sufficienza diventa sempre più una questione di reddito disponibile, non di scelta. Non è un'impressione. La quota di famiglie che dichiarano di aver ridotto la quantità o la qualità dei prodotti acquistati è passata dal 24,3% nel 2021 al 31% nel 2024. E i dati più recenti non lasciano pensare a un'inversione di tendenza. Quindi sempre più persone rinunciano a frutta, verdura, proteine di qualità non per scelta ma per necessità, sostituendole con alternative più economiche e spesso meno nutrienti. È qui che il caro-cibo smette di essere una notizia di economia e diventa un problema di salute pubblica e di giustizia sociale.
L'accesso a un'alimentazione sana dovrebbe essere garantito a tutti. Ma così non è. E i consumatori più fragili si ritrovano facili prede delle sirene delle catene di supermarket. La grande distribuzione organizzata, infatti, risponde alla pressione sui prezzi al consumo con politiche di sconto sempre più aggressive: promozioni, tagli di prezzo, campagne "sottocosto". Il conto, però, non lo pagano i marchi della GDO ma viene scaricato lungo la filiera agroalimentare, produttori e lavoratori in particolare.
È la logica alla base, ad esempio, delle aste al ribasso, che denunciamo da anni e su cui siamo tornati anche a luglio 2026. Un meccanismo che costringe i produttori ad accettare prezzi che spesso non coprono nemmeno i costi di produzione, mettendo a rischio la sostenibilità delle aziende agricole e, a cascata, le condizioni di lavoro di chi raccoglie i prodotti nei campi. Il paradosso è totale: mentre le famiglie pagano il cibo sempre di più, chi lo produce viene spesso pagato sempre di meno. Non sono due fenomeni paralleli, sono due facce della stessa dinamica di potere.
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In questo scenario, si inserisce una novità quasi esemplare: dall’estate 2026, la catena di supermercati Pewex, che conta 39 punti vendita tra Roma e provincia, permette di pagare la spesa a rate tramite l’app Klarna, direttamente in cassa o online. E secondo la stessa Klarna, a partire da settembre, un'altra grande catena italiana della distribuzione seguirà lo stesso percorso. È il segno dell’ennesimo argine che viene rotto. Fino a poco tempo fa, la rateizzazione riguardava beni costosi e magari non essenziali, come elettrodomestici o automobili. Oggi, invece, arriva fin sulla tavola, ricomprendendo pane, pasta, latte, frutta, verdura. Il rischio segnalato dalle associazioni dei consumatori è quello di una spirale di debiti difficile da gestire, perché a differenza di un acquisto occasionale, la spesa alimentare si ripete ogni settimana: rateizzarla significa accumulare rate su rate, mese dopo mese, per un bisogno che non si esaurisce mai.
Altrettanto preoccupante, poi, è quello che questa novità certifica. Se pagare da mangiare richiede ormai una dilazione di pagamento, non stiamo parlando di comodità, stiamo parlando di un problema strutturale di accesso al cibo che il credito al consumo non risolve ma si limita a spostare più avanti nel tempo. La spesa a rate è la fotografia di un disagio che il mercato ha imparato a intercettare e a trasformare in prodotto finanziario. E quando si rompe un argine è difficile prevedere dove l’acqua si fermerà.