Pubblicato da Federica Ferrario
il 06/11/2026
Dal 9 al 20 novembre 2026, Antalya ospiterà la COP31, la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima. Tra le priorità del vertice ci saranno anche l'agricoltura e la sicurezza alimentare, temi sempre più centrali nella lotta alla crisi climatica. Ma quali sono gli impegni sul tavolo e quali le sfide ancora aperte? Dai finanziamenti all'agricoltura resiliente, fino ai diritti di chi lavora la terra, la COP31 sarà un banco di prova per capire se alle promesse seguiranno interventi concreti, capaci di rendere i sistemi alimentari più sostenibili, equi e giusti.
La prossima Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, la COP31, è in programma ad Antalya, in Turchia, dal 9 al 20 novembre 2026. Sarà presentata come la “COP dell’attuazione”: dopo anni di impegni, promesse e accordi, il vero test sarà capire se i governi riusciranno a trasformare le parole in misure concrete, finanziamenti e politiche capaci di proteggere persone, territori e sistemi alimentari. Per chi lavora su agricoltura, ambiente, diritti e giustizia sociale, questa COP non è un tema tecnico tra gli altri. Il cibo è il punto in cui si incrociano crisi climatica, crisi idrica, povertà, lavoro, salute, migrazioni e democrazia. Ed è proprio qui che il divario tra ciò che il mondo dichiara e ciò che effettivamente finanzia appare più evidente.
I sistemi agroalimentari producono circa un terzo delle emissioni globali di gas serra di origine umana, ma ricevono meno del 5% della finanza climatica pubblica. La presidenza turca della COP31 indica una percentuale ancora più bassa, il 4%, e presenta questo squilibrio come una delle ragioni principali per cui la sicurezza alimentare è tra le priorità del vertice. Il paradosso è evidente: i sistemi che nutrono il pianeta sono tra i più esposti alla crisi climatica e tra i meno finanziati per affrontarla. Siccità, alluvioni, ondate di calore e eventi estremi colpiscono già raccolti, redditi agricoli e sicurezza alimentare. Il World Food Programme (WFP) stima che altri 49 milioni di persone potrebbero trovarsi in condizione di insicurezza alimentare acuta nel prossimo anno, in un contesto aggravato da conflitti, tagli agli aiuti e un fenomeno - El Niño - particolarmente intenso. Nel frattempo, la presidenza della COP31 stima che circa 318 milioni di persone siano già esposte a insicurezza alimentare acuta a causa degli shock climatici.
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Una delle novità più interessanti della COP31 è il tentativo di trattare cibo, acqua e clima non come tre dossier separati, ma come un unico sistema interdipendente. L’agricoltura dipende dall’acqua, l’acqua è minacciata dal cambiamento climatico e i sistemi alimentari sono al tempo stesso vittime e responsabili delle emissioni climalteranti. Su questo nesso si concentra la Turquoise Nexus Initiative (TNI), un programma multi-stakeholder promosso dalla presidenza turca insieme alla FAO e sotto l'ombrello della partnership FAST (Food and Agriculture for Sustainable Transformation). L’iniziativa punta a rafforzare la coerenza delle politiche, la cooperazione tecnica e la preparazione degli investimenti all’incrocio tra sicurezza alimentare, gestione sostenibile dell’acqua e adattamento climatico. L’idea è giusta: non si può difendere la produzione alimentare senza proteggere le risorse idriche, e non si può affrontare la crisi idrica senza ripensare i modelli agricoli. Ma la domanda resta aperta: questi strumenti porteranno davvero risorse e potere decisionale a chi produce cibo - e in modo sostenibile - oppure resteranno principalmente iniziative tecniche e finanziarie guidate dall’alto?
La COP31 pone l’agricoltura resiliente al clima tra le priorità del vertice. L’obiettivo dichiarato è proteggere i produttori da siccità, alluvioni, ondate di calore e condizioni meteo sempre più imprevedibili. La presidenza turca propone quindi di ampliare l’uso di pratiche e tecnologie “climate-smart”: soluzioni che dovrebbero aiutare le aziende agricole ad adattarsi agli shock climatici, ridurre le emissioni e mantenere o aumentare la produttività.
La direzione è necessaria. Le aziende agricole non possono più pianificare come un tempo: le stagioni cambiano, le piogge diventano irregolari, le ondate di calore danneggiano i raccolti e gli eventi estremi distruggono in poche ore ciò che è stato costruito in mesi. In questo contesto, migliorare la gestione dell’acqua, affidarsi alla tecnologia e rafforzare i sistemi di allerta precoce sono strumenti importanti. Ma la resilienza non può essere ridotta alla tecnologia. Un’azienda agricola non è resiliente solo perché utilizza un sistema di irrigazione più efficiente. Lo è soprattutto se ha la possibilità di pianificare, investire e resistere agli shock senza perdere reddito, terra, lavoro o dignità.
Il rischio è che la “climate-smart agriculture” diventi un contenitore generico, capace di giustificare qualsiasi intervento purché venga definito sostenibile. Se le soluzioni proposte rafforzano soprattutto grandi imprese, industrie di input e intermediari commerciali, mentre i costi della transizione restano sulle spalle degli agricoltori e dei lavoratori, allora non si sta costruendo resilienza: si sta spostando il problema altrove. Una vera agricoltura resiliente deve quindi rispondere anche a una domanda politica, non solo tecnica: chi può permettersi di adattarsi, chi riceve i fondi per farlo e chi continua a pagare il prezzo della crisi? Finché la risposta non cambierà, la resilienza rimarrà una parola vuota.
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La presidenza turca dedica due priorità specifiche alle donne agricoltrici e ai giovani. Le donne rappresentano una parte fondamentale della produzione alimentare mondiale, ma incontrano barriere sproporzionate nell’accesso alla finanza climatica; la COP31 propone strumenti finanziari mirati per ridurre queste disuguaglianze.
Anche i giovani sono al centro dell’iniziativa Youth for Food & Climate Action, che punta a green job, formazione e leadership nelle filiere agricole.
Sono segnali importanti, ma la prova sarà nella capacità di tradurli in risorse, diritti e spazio decisionale reale. Non basta coinvolgere donne e giovani nei progetti: bisogna riconoscere il loro ruolo politico nella definizione delle regole dei sistemi alimentari.
Il tema più decisivo resterà la finanza climatica. I Paesi dovranno affrontare la questione di come mobilitare e distribuire le risorse necessarie per l’adattamento, la riparazione dei danni e la transizione dei sistemi alimentari. Il dato da tenere a mente è semplice: se l’agricoltura, le foreste e gli altri usi del suolo ricevono solo una minima parte dei fondi climatici pubblici, allora le crisi alimentari non sono soltanto una conseguenza del clima, ma anche il risultato di scelte politiche e finanziarie. Per questo la COP31 dovrà rispondere a una domanda precisa: chi paga i costi della crisi climatica e chi riceve le risorse per adattarsi? Finché agricoltori, lavoratori agricoli e comunità rurali non avranno accesso adeguato a finanziamenti, servizi, terre e mercati equi, ogni promessa di resilienza resterà incompleta.
Sul piano dei negoziati, uno dei dossier più importanti riguarda il futuro del Sharm el-Sheikh joint work on implementation of climate action on agriculture and food security, un programma avviato alla COP27 nel 2022. Il suo mandato quadriennale giunge a scadenza proprio in questa COP. I Paesi dovranno decidere se prorogare il processo, riformarlo o sostituirlo con un nuovo meccanismo. Finora, il lavoro congiunto ha prodotto soprattutto dialoghi, workshop e scambi di conoscenze, ma non ha generato la trasformazione concreta che molti attendevano. La sfida è evitare che anche questa COP si chiuda con dichiarazioni generiche. Il cibo non ha bisogno soltanto di riconoscimenti politici: ha bisogno di regole, investimenti, diritti e una redistribuzione del potere lungo tutta la filiera.
La COP31 arriverà in un momento politico difficile. Il clima internazionale è polarizzato, gli impegni ambientali sono sotto pressione e la competizione elettorale rischia di favorire soluzioni di breve periodo e narrazioni semplificatrici. Eppure proprio per questo il cibo può diventare un terreno di convergenza. Nessuno può restare indifferente al prezzo del pane, alla siccità che riduce i raccolti, all’aumento della povertà alimentare o allo sfruttamento nei campi. Il cibo non riguarda soltanto chi produce e chi consuma: riguarda il lavoro, la salute, l’acqua, il clima, la democrazia e il futuro dei territori.
La vera misura del successo della COP31 non sarà il numero di dichiarazioni congiunte, ma la capacità di rispondere a tre domande: quanti soldi arriveranno davvero alle persone e ai sistemi alimentari più vulnerabili? Chi deciderà come usarli? E le regole dei mercati alimentari cambieranno abbastanza da garantire redditi equi e cibo accessibile per tutti? Perché, alla fine, la crisi climatica non si misura soltanto nei gradi di riscaldamento o nelle tonnellate di CO2: si misura anche nelle tavole delle famiglie, nei redditi di chi coltiva la terra e nella possibilità di mangiare cibo sano, prodotto con giustizia e senza distruggere il pianeta.