Pubblicato da Redazione
il 16/09/2026
Gli allevamenti intensivi sono tra i principali responsabili della perdita di biodiversità: consumo di suolo, produzione di mangimi e trasformazione degli habitat naturali stanno impoverendo gli ecosistemi. Ma quanta biodiversità stiamo perdendo davvero e quale ruolo hanno carne e allevamento intensivo? I dati più recenti mostrano dimensioni e cause di un fenomeno che riguarda il futuro del pianeta e dei sistemi alimentari.
Ne La Storia Infinita, celebre romanzo di Michael Ende, l’antagonista, l’entità contro cui l’eroe combatte, non si vede mai, non appare, si manifesta solo come assenza. Tutti lo chiamano il Nulla, che avanza inesorabile sul regno di Fantasia semplicemente cancellando le cose. Prima un prato, poi una foresta, poi una montagna. I paesaggi non si riempiono di macerie, ma si svuotano. E con il tempo, gli abitanti non ricordano più neanche cosa ci fosse prima. Il Nulla vince proprio perché avanza in silenzio, un pezzo alla volta, facendosi largo in un’umanità preoccupata ma inerte. Nel presente del nostro pianeta Terra, molti fenomeni potrebbero essere identificati con il Nulla profetico di Ende. Tra questi c’è senza dubbio la perdita della biodiversità, che non sempre si manifesta con un prima e un dopo facilmente riconoscibili. Una specie scompare, un habitat si restringe, una popolazione animale diminuisce, una varietà vegetale viene abbandonata. Singolarmente, possono sembrare cambiamenti lontani o difficili da percepire, ma sommati nel tempo modificano gli ecosistemi e impoveriscono la rete di relazioni da cui dipende la vita. È questo il punto: la biodiversità non coincide con il semplice numero di specie presenti sulla Terra. È l'insieme delle forme di vita, della loro varietà genetica e degli ecosistemi in cui vivono, ma anche delle relazioni che le legano tra loro. Quando questa complessità si riduce, non perdiamo soltanto animali e piante: perdiamo pezzi del sistema che sostiene la nostra stessa esistenza. Ecco perché di questo tema è importante conoscere e parlare. Anche perché la situazione peggiora di anno in anno.
In termini scientifici, la biodiversità si articola su tre livelli, distinti ma interdipendenti.
Questi tre livelli non sono però compartimenti stagni, anzi sono fortemente interconnessi. Ridurre la diversità genetica di una specie coltivata, ad esempio, la rende più vulnerabile e quindi può favorirne l’estinzione. Al contempo, la scomparsa di una specie può alterare l'intero equilibrio di un ecosistema. Così come la frammentazione di un habitat impoverisce sia le specie che lo abitano, sia il loro corredo genetico.
Vista la sua importanza, nel tempo, la comunità scientifica ha sviluppato indicatori capaci di sintetizzare questa complessità, di misurare la biodiversità. Uno dei più utilizzati è il Biodiversity Intactness Index (BII), che stima quanto l'abbondanza media degli organismi di un territorio si sia allontanata da una condizione di riferimento non disturbata dagli esseri umani. Un BII vicino a 1 indica un ecosistema pressoché integro, un valore vicino a 0 un ambiente in cui la comunità biologica originaria è stata quasi del tutto sostituita o impoverita. È attraverso indici come questo che oggi è possibile misurare con precisione quanta natura un singolo settore produttivo, o persino un singolo alimento, contribuisce a cancellare.
I numeri, quando si guarda alla biodiversità globale, raccontano una storia di erosione rapida e continua, proprio come il Nulla di Ende. Il Living Planet Report del WWF ha misurato un declino del 69% delle popolazioni di vertebrati selvatici tra il 1970 e il 2018. Un lasso di tempo che coincide, non a caso, con l'espansione più intensa dell'agricoltura industriale nella storia dell'umanità. Oggi circa il 45% della superficie terrestre abitabile del pianeta è già stato trasformato in terreno agricolo, e più di due terzi di quest'area è destinata al pascolo e alla coltivazione di mangimi per gli allevamenti. Ma è uno studio pubblicato nel luglio 2026 su Nature Food, condotto da un team dell'Università di Leiden, a dare a questo fenomeno una precisione mai raggiunta prima. Incrociando mappe satellitari ad alta risoluzione di uso del suolo, stock di carbonio e biodiversità con i dati di produzione e commercio di centinaia di prodotti agricoli, lo studio ha potuto tracciare, in modo estremamente dettagliato quanta natura scompare per produrre ciascun alimento che mangiamo, e dove.
Il risultato è netto e senza appello: il consumo alimentare è responsabile dell'83% di tutta la perdita di carbonio e biodiversità misurata sui terreni agricoli del pianeta. E dentro questo 83%, gli alimenti di origine animale ne causano il 71%, pur fornendo meno del 15% dell’apporto calorico quotidiano. Scendendo ancora più nel dettaglio, lo studio rivela che il solo comparto della carne e latte bovini pesa per il 41% della perdita di biodiversità totale sui terreni agricoli globali. Lo studio ha anche individuato dove si concentra maggiormente questo fenomeno: due terzi delle perdite totali si concentrano in appena un terzo della superficie agricola mondiale, con hotspot particolarmente estesi in Brasile, India e Sud-est asiatico.

Dietro un fenomeno di questa portata ovviamente non c'è una causa sola. Il cambiamento climatico, ad esempio, fa la sua parte, alterando le zone geografiche in cui sono distribuite piante e animali e modificando la stagionalità. Anche l'inquinamento, nelle sue molteplici forme, contribuisce, degradando habitat che restano fisicamente intatti ma non più vivibili. Infine, la diffusione di specie invasive scompiglia equilibri costruiti in millenni mentre il consumo diretto di risorse (pesca, caccia, prelievo di legname) riduce le popolazioni più velocemente di quanto riescano a riprodursi.
Ma tra tutti questi fattori, la comunità scientifica converge da anni su un dato: l'agricoltura è oggi il principale motore della perdita di biodiversità a livello globale. Non un fattore tra i tanti, ma quello che pesa di più. Lo conferma, con dati aggiornati al 2025, uno studio pubblicato su Scientific Data: l'espansione dei terreni coltivati e dei pascoli, unita all'intensificazione delle pratiche agricole necessarie a soddisfare consumi che cambiano di una popolazione globale sempre più benestante, sono le cause principali della conversione di habitat naturali in paesaggi intensamente antropizzati. Il meccanismo, spiegano gli stessi ricercatori, funziona su più livelli. Da un lato c'è la conversione diretta: una foresta o una savana che diventa campo coltivato o pascolo, con la sostituzione quasi totale della comunità biologica originaria. Dall'altro c'è un effetto più sottile ma altrettanto grave: anche dove l'ecosistema non viene fisicamente rimpiazzato, l'agricoltura intensiva rompe gli equilibri da cui dipendono le specie che restano (impollinazione, ciclo dei nutrienti, regolazione idrica). È quello che gli scienziati chiamano omogeneizzazione della biosfera: paesaggi sempre più simili tra loro, dominati da un numero ristretto di specie coltivate o allevate, a scapito della varietà che caratterizzava l'ambiente originario.
È poi importante sottolineare che, data la crescente distanza tra produzione e consumo, tipica di un commercio globalizzato, l’impoverimento della biodiversità non si manifesta necessariamente dove le pressioni di consumo sono maggiori. Ad esempio, quando una foresta viene convertita in pascolo o in campo di soia da mangime, quella perdita di natura viene "attribuita" al paese che produce. Ma se ciò che viene coltivato o allevato è destinato all’esportazione, il vero responsabile del consumo è il paese di importazione, ed è lì che quella perdita andrebbe idealmente contabilizzata. È il caso, tra gli altri di Brasile e Cina. Il Brasile, ad oggi, è il paese che perde più biodiversità a causa delle esportazioni, cioè il territorio dove si concentra la maggiore quota di natura cancellata per soddisfare consumi altrui. Al contempo, la Cina è il paese che, attraverso le sue importazioni, provoca la maggior perdita di biodiversità. Chi in Cina, o in Europa, compra quella carne non vede mai la foresta che non c'è più. Ma quella perdita è parte del prodotto, tanto quanto le proteine che contiene.
È qui che i dati del già citato studio del 2025 diventano più specifici, e più scomodi. Per ogni caloria prodotta, il cibo di origine animale genera una perdita di biodiversità 14 volte superiore a quella del cibo vegetale. Il motivo è essenzialmente lo spazio: gli allevamenti richiedono superficie per il pascolo diretto, ma soprattutto per coltivare ciò che gli animali mangiano. Il risultato è che gli alimenti animali occupano oggi il 79% di tutto il suolo agricolo destinato alla produzione alimentare, pur fornendo, come detto, una frazione nettamente minoritaria delle calorie (meno del 15%). L’analisi, costruita su vent'anni di osservazioni satellitari globali, permette di scomporre ulteriormente questa impronta per tipo di uso del suolo:
Il dato più interessante, però, emerge guardando l’evoluzione nel tempo: tra il 2000 e il 2020, l'impronta di biodiversità legata direttamente al pascolo è rimasta sostanzialmente stabile, mentre quella legata alle coltivazioni è cresciuta in modo costante. È la prova che la pressione si è spostata sempre di più a monte della filiera, verso i campi di mais e soia destinati a diventare mangime, anziché verso il pascolo diretto.
A questi meccanismi legati all'uso del suolo si aggiungono pressioni dirette. La Strategia dell'Unione Europea per l'allevamento, pubblicata nel luglio 2026, riconosce esplicitamente che il comparto zootecnico è "una delle principali fonti di emissioni agricole di gas a effetto serra e di inquinamento da ammoniaca e nutrienti, con ripercussioni sul clima, sulla qualità dell'aria e dell'acqua e sulla biodiversità". A livello globale, la produzione animale genera circa il 12% delle emissioni di gas serra di origine antropica (dati FAO, 2022).
Leggi anche il nostro report sugli allevamenti intensivi in Lombardia
In tutto questo, che ne è dell’allevamento estensivo, l’altra faccia della medaglia? Il ruolo, in questo caso, sembra davvero capovolgersi. Un rapporto pubblicato nel 2026 dall'Agenzia Europea dell'Ambiente (EEA) sottolinea che un terzo di tutti gli habitat elencati nell'Allegato I della Direttiva Habitat dell'UE (considerati di interesse prioritario per la conservazione) dipende dal pascolo estensivo per essere mantenuto. Prati stabili, brughiere e zone umide semi-naturali che ospitano una parte sproporzionata della biodiversità europea esistono nella forma che conosciamo perché per secoli sono stati modellati dal pascolo di bovini, ovini, caprini ed equini. Il dato più eloquente riguarda le farfalle: il 92% delle specie protette dipende da prati gestiti in modo estensivo. Senza pascolo, quei prati si trasformerebbero in boscaglia, e con loro sparirebbero anche le specie che li abitano. Inoltre, l'EEA collega esplicitamente il declino del pascolo estensivo all'aumento del rischio di incendi boschivi, soprattutto nell'area mediterranea.
Il paradosso è che, mentre l'allevamento intensivo continua a crescere ed espandersi, l'allevamento estensivo, che sostiene la biodiversità anziché eroderla, è in caduta libera. Tra il 2010 e il 2020, il numero di aziende zootecniche estensive o miste nell'Unione Europea è calato di oltre il 70%, una contrazione molto più marcata di quella osservata nel resto del settore agricolo. Le ragioni sono soprattutto economiche: minore produttività per capo, maggiore necessità di manodopera, redditività più bassa rispetto ai sistemi intensivi concentrati nelle pianure più fertili. Il risultato è uno squilibrio geografico: gli allevamenti si concentrano sempre di più dove la terra è produttiva e l'allevamento intensivo conveniente, mentre le aree che avrebbero più bisogno di pascolo restano progressivamente senza gli animali che le hanno mantenute per secoli.
Il nostro commento alla Strategia della Commissione Europea per il futuro dell’allevamento in UE

Di fronte a numeri come questi, la tentazione è chiedersi se esistano interventi capaci di invertire la rotta. Lo studio pubblicato su Scientific Data offre un indizio quando afferma che restaurare metà degli hotspot globali di perdita di carbonio e biodiversità identificati dalla ricerca potrebbe risparmiare circa l'11% delle specie oggi a rischio di estinzione. Non è un traguardo lontano o astratto ma un obiettivo raggiungibile con interventi mirati, su aree e prodotti ben identificati, a partire, inevitabilmente, dalla filiera della carne bovina.
Ed è proprio su questo terreno che come Terra! ci muoviamo già da alcuni anni. Nel marzo del 2024, insieme a Greenpeace, ISDE, Lipu e WWF, abbiamo depositato alla Camera dei Deputati una proposta di legge sottoscritta da parlamentari di cinque diversi gruppi politici che chiede due cose precise:
Non chiediamo di eliminare l'allevamento, ma di riconvertirlo verso un modello che riduca l’attuale insostenibile numero di animali allevati, che riconosca un giusto prezzo ai piccoli produttori e che garantisca ai consumatori accesso a cibo sano e di qualità, senza scaricare il costo reale della produzione sugli ecosistemi e su tutta la collettività. È lo stesso principio che emerge, da angolazioni diverse, in tutte le fonti scientifiche su cui è costruito questo articolo: il problema non è la zootecnia in sé, ma un modello specifico di zootecnia, quello intensivo, che ha smesso da tempo di essere sostenibile per il pianeta che lo ospita. Il Nulla, in fondo, si può ancora fermare. Ma solo se smettiamo di guardarlo avanzare in silenzio.
Il nostro impegno contro gli allevamenti intensivi
*Contenuto realizzato con i fondi dell'8xMille dell'Unione Buddhista Italiana