Allevamenti intensivi: la Danimarca traccia una linea chiara

Pubblicato da Federica Ferrario

il 25/09/2026

Quello che sta accadendo in Danimarca potrebbe segnare un passaggio importante nel dibattito europeo sugli allevamenti intensivi. Il nuovo governo ha deciso infatti di adottare una moratoria che vieta nuovi allevamenti intensivi di maiali e l’ampliamento di quelli esistenti.

Il provvedimento della Danimarca contro gli allevamenti intensivi

Il provvedimento è entrato in vigore il 23 settembre, non riguarda gli allevamenti biologici né quelli estensivi e sarà in vigore per 12 mesi. Nel frattempo, sarà formato un tavolo che riunisce settore agricolo, organizzazioni ambientaliste e parti sociali del comparto alimentare che, in sei mesi, dovrà definire le nuove regole per il futuro della suinicoltura, con standard più elevati di tutela del territorio e di benessere animale.

La moratoria non nasce dal nulla. Durante la campagna elettorale, il benessere degli animali – ma soprattutto gli impatti su acqua e salute del modello intensivo - è diventato una questione politica centrale, tanto da trasformare le elezioni di marzo nelle cosiddette “elezioni del maiale”. Una mobilitazione condotta da comitati locali, organizzazioni ambientaliste e forze politiche progressiste ha portato al centro del confronto le conseguenze di un modello produttivo tra i più intensivi d’Europa.

La situazione degli allevamenti intensivi danesi

La Danimarca alleva infatti circa 30 milioni di suinetti l’anno, in un Paese di poco meno di sei milioni di abitanti. Le scrofe danno alla luce regolarmente fino a 20 suinetti per figliata, ma hanno di solito 14 capezzoli (il numero di capezzoli varia a seconda della razza). Spingere la biologia di un animale a produrre più prole di quanta ne possa fisicamente nutrire causa non solo un grave stress fisico, ma anche un tasso di mortalità incredibilmente alto: circa 9 milioni di suinetti muoiono ogni anno in Danimarca, più di 25.000 al giorno.
La questione riguarda anche salute e l’ambiente: gran parte della superficie nazionale è destinato alla produzione di mangimi o ad ospitare allevamenti, invece di produrre direttamente alimenti per le persone, mentre grandi quantità di reflui zootecnici alimentano la contaminazione da nitrati delle falde e dell’acqua potabile.

Fermare gli allevamenti intensivi si può

La decisione danese mostra che una moratoria può essere uno strumento di responsabilità e non un atto contro gli allevatori. Serve a evitare nuovi investimenti sbagliati, aprire un confronto pubblico e orientare le risorse verso la riconversione, aiutando effettivamente il comparto agricolo. È proprio questo il punto: distinguere gli interventi che migliorano davvero le condizioni di allevamento, dagli ampliamenti che aumentano soltanto la scala produttiva, con impatti che ricadono sulla collettività.

Anche l’Italia è chiamata a confrontarsi con questa scelta. L’estate appena trascorsa ha mostrato la fragilità della zootecnia di fronte al caldo e alla siccità: pascoli compromessi, minore disponibilità di foraggi e acqua, aumento dei costi e calo delle produzioni. In alcune aree montane i danni ai prati e ai pascoli sono stati stimati tra il 40 e il 60%, mentre la produzione di latte e carne hanno registrato contrazioni significative. Questa crisi mostra quanto l’intero sistema sia dipendente da risorse sempre più instabili: acqua, mais, foraggi, energia e mangimi. Continuare a puntare sull’aumento dei volumi significa accrescere la vulnerabilità economica e ambientale delle aziende.

Per questo Terra! è fra i promotori della proposta di legge “Oltre gli allevamenti intensivi”, che chiede appunto una moratoria sull’espansione degli allevamenti intensivi e un Piano nazionale di riconversione agroecologica della zootecnia.

Non si tratta di eliminare l’allevamento, ma di ridurne e rimodellare la pressione complessiva, sostenere le piccole aziende, valorizzare i sistemi estensivi e biologici, tutelare biodiversità, acqua, suolo e clima e garantire un reddito dignitoso a chi produce. La Danimarca ha scelto di tracciare una linea chiara. Ora anche l’Italia dovrebbe decidere se continuare ad ampliare un modello fragile che sta facendo acqua da tutte le parti, o iniziare a costruire, con gli allevatori e i territori, un’altra idea di zootecnia.

Leggi di più sul nostro impegno contro gli allevamenti intensivi

 

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