Pubblicato da Maria Panariello
il 03/06/2026
Quelle di Amendolara, in provincia di Cosenza, sono le ennesime morti annunciate di questo sistema, ormai omicida, che è il reclutamento del lavoro in agricoltura.
Sono stati bruciati vivi dalla benzina sparata nell’abitacolo del minivan su cui viaggiavano per andare in campagna. Probabilmente asfissiati dal fumo, così sono stati uccisi tre afghani e un pachistano,19, 29 e 35 anni, impegnati nella raccolta delle fragole della zona. I video che immortalano l’esecuzione lasciano senza fiato.
Dopo un lungo interrogatorio, due cittadini pachistani sono stati sottoposti a fermo della Procura di Castrovillari con l’accusa di omicidio.
La testimonianza dell’unico sopravvissuto, Alamyar, cittadino afghano, ha permesso di ricostruire l’origine delle vittime e il ruolo dei due pachistani fermati. Sono stati loro a chiedere ai quattro uomini di essere pagati per il “servizio” trasporto da e per la campagna. I quattro si sono rifiutati e così i caporali hanno compiuto il gesto estremo. Alamyar ha anche raccontato che sul lavoro subivano minacce armate e che non venivano pagati, nonostante avessero un contratto apparentemente regolare: 45 euro per una giornata di otto ore.
Come abbiamo raccontato nel report “Gli ingredienti del caporalato”, il tema dei trasporti in agricoltura, insieme a quello dell’alloggio, resta uno dei fattori determinanti dello sfruttamento dei lavoratori in agricoltura.
Leggi il report "Gli ingredienti del caporalato"
Contrastare il caporalato è sicuramente complesso eppure è spesso nelle carenze dei servizi pubblici che vanno trovate le risposte. Le forme di intermediazione illecita si inseriscono infatti laddove mancano servizi e il caporale colma questo vuoto, assicurando ai lavoratori trasporti, appartamenti o baracche negli insediamenti intensivi, e un vitto, dietro compenso trattenuto illegalmente. E se i lavoratori sono stranieri, hanno bisogno di soldi, non conoscono il sistema, e sono poco sindacalizzati, è ancora più semplice ricattarli.
I fatti di Amendolara ci raccontano tante cose: la semplicità con cui si decide di punire con la morte qualcuno di poco più fragile (anche i caporali erano impiegati nella raccolta di fragole) che ha osato dire di “no”; l’assenza delle istituzioni e della politica; la debolezza della nostra filiera agricola, attraversata da una compressione di redditi e diritti, che riguardano il produttore e il lavoratore.
Il caporalato è infatti solo la punta di un iceberg, che in pochi vedono e che ha a che vedere con la tenuta del comparto agricolo, che oggi deve combattere su tanti fronti aperti: i redditi degli agricoltori, sempre più bassi; i cambiamenti climatici che stanno modificando fortemente i ritmi lavorativi e i raccolti; il modello agroindustriale che fagocita le aziende più piccole.
Cosa hanno a che vedere i quattro lavoratori morti in Calabria con tutto questo? Tutto. In questi anni, sono aumentate denunce e arresti di caporali e datori di lavoro, colpevoli di sfruttamento. Quello che ancora manca è un’azione politica forte che dia dignità alla filiera, dal produttore al lavoratore.
Sono ancora moltissimi i dettagli da accertare di questa drammatica vicenda, in particolare chi sono i mandanti dei caporali pachistani e se c’è una rete più ampia che fa capo alla ‘ndrangheta.
Quello che sappiamo è che in circa 20 giorni, sono stati 11 i lavoratori morti nel comparto agricolo. Una lista lunghissima, fatta perlopiù di persone straniere, che arrivano in Italia per cercare fortuna e scelgono l'agricoltura pensando sia più semplice il guadagno.
Undici lavoratori in circa 20 giorni: un numero inaccettabile. A dieci anni dalla legge anti caporalato (L.199), dopo la terribile morte di Satnam Singh nell'Agropontino, che sembrava aver segnato un punto di non ritorno, prendiamo atto del fatto che il caporalato non sia tra le priorità di questo governo, lo stesso governo che però trova sempre il tempo per parlare di cibo in salsa identitaria e sovranista.
Se così non fosse, durante i festeggiamenti per la festa della Repubblica, qualcuno avrebbe ricordato i quattro lavoratori uccisi. E invece sui TG nazionali si avvicendavano scene insensate, tra parate militari da un lato e ricostruzioni della vicenda di Amendolara dall’altro. Come se celebrare una Repubblica non significasse ricordare i valori su cui è fondata, ad esempio l’art.1, che recita “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.